L’armata dei delusi sprona Adriano: «Fai la differenza»

Mancini: «Un fuoriclasse ha onori ma anche oneri». Toldo ammaccato è a rischio, pronto Julio Cesar. Dubbio Solari-Pizarro

Riccardo Signori

nostro inviato ad Appiano Gentile

La solitudine del derby avvolge l’Inter. Un derby stinto. Il Milan pensa alla Champions, l’Inter non sa a cosa pensare. «Vincere per superarli e arrivare secondi», ha detto Mancini con mezzi sorrisi che sapevano tanto d’amaro. Vincere per sopravvivere a un marasma, alla lava che scende da un vulcano nerazzurro in eruzione, ai fiumi di parole di Moratti, ai mugugni di Adriano, alle rivoluzioni annunciate, a una classifica che potrebbe essere almeno dignitosa, ai sorrisi dei cugini con vista finale Champions, ai propri ultrà per ribadire la tesi del «meglio soli che male accompagnati», all’incapacità di vincere nei momenti che contano. Questo è un momento che conta meno rispetto a un mese e mezzo fa, ma potrebbe contare di più con un secondo successo nei derby di campionato. L’ultima volta che l’Inter vinse un derby in trasferta risale al marzo del 2002, undici derby fa, considerando la Champions league.
Come fare a ripetersi? Semplice: bisognerebbe ricominciare da Adriano. Il brasiliano sta quasi bene, informa Mancini. «Non benissimo», aggiunge. Tradotto significa: se avessi Cruz lo terrei in panchina. Ma Cruz è squalificato ed allora... «Deciderò all’ultimo». Probabile che giochi e in coppia con Martins che, nel suo improbabile ballonzolare intorno alla palla, ha un pregio: fa sempre paura alla difesa del Milan. Qualcuno se lo sogna anche di notte: saetta nera che fila verso Dida. L’Inter spera di approfittarne. Se Adriano andrà in panchina, allora sarà Martins contro tutti con cinque centrocampisti a innescarne la velocità. Finezze tattiche. Ieri Mancini ha preferito, invece, attanagliarsi alla filosofia di vita di questa squadra. «Questo non sarà il derby dei delusi perché abbiamo ancora tanto in ballo. Un pari può star bene al Milan. Per noi è diverso: dobbiamo superarli».
Derby nel venerdì santo per una squadra che conosce ogni sorta di Via Crucis calcistica. E ogni volta cerca di ritrovare un credo. C’è Moratti che lo sta perdendo. Ma è troppo banale dire: giocheremo per lui. L’allenatore ha buon senso della realtà per svincolarsi da trovate melense, spesso giornalistiche. Ed ha replicato in tal senso. «Si lavora sempre per la società, il presidente, la gente. Dopo Villarreal abbiamo giocato due gare facendo il nostro dovere, speriamo di farlo anche in questa. Una squadra ci prova sempre, non sempre ci riesce». Magari sarebbe più facile se Adriano riprendesse a giocare con questo fuso e non con quello brasiliano. Il clan brasilero è corso in suo aiuto. Kakà ha detto: poverino, è troppo responsabilizzato. Il ct Parreira ha aggiunto la solita dose di qualunquismo: «Non gioca bene perché si trova male con i tifosi». Mancini risponde come uno che ha giocato a calcio: «Nelle grandi squadre i grandi campioni fanno la differenza, nel bene e nel male. Nel pallone è sempre stato così. Kakà e Adriano forse sono giovani e non conoscono tanto la storia del calcio. Ma un giocatore forte ha onori ed oneri».
Salvo sottolineare che questo non è un appunto ad Adriano, ma una constatazione e che Parreira ne ha dette troppe ultimamente. Sono gli unici momenti forti di una vigilia ammosciata da classifica e risultati. Con piccoli dubbi di formazione: Toldo ha preso una botta in allenamento. Mancini dice: «Sta male». Ma forse parlava Pinocchio. Nel caso è pronto Julio Cesar. In difesa potrebbe esserci posto per Mihajlovic, l’uomo dal lungo lancio. A centrocampo fuori Veron, dubbio Solari-Pizarro. Il tutto neppur condito dal divertimento del «Mancini sì», «Mancini no», «Mancini nì» per la panchina. Tutto è rimandato al finale di stagione. Dice lui: «Non sarà un derby che deciderà il mio futuro. Non siamo ancora a giugno, anche se il diritto al terzo anno ce l’ho per contratto». Ma tante volte vincere un derby può valere più di un diritto per contratto.