L’arte della cover secondo i Riding Sixties

Il rock, il pop e il blues come la musica classica e l’opera, che va suonata e risuonata, modulata, arrangiata, riproposta, anche copiata, ma con una profonda attenzione per la fedeltà all’originale. È questo l’obiettivo dei Riding Sixtiens, prima storica coverband italiana dei Rolling Stones (ma non solo), che sarà questa sera e domani al Big Mama, il tempietto del blues capitolino di Trastevere, per presentare Coverband, il loro nuovo cd definito «manifesto autoironico sull’arte e la missione delle cover». «Non ne potevamo più di sentire brani per noi sacri come Honky tonk women maltrattati con multi-effetti digitali, tastiere e ritmiche funky con la pretesa di riarrangiarli - spiega Pietro Tirabassi, voce e chitarra del gruppo - Non puoi riarrangiare Beethoven tutt’al più puoi svolazzargli intorno, come ha fatto il grande Chuck Berry». Profondi intenditori della cultura beat, che ebbe il suo culmine nella metà degli anni ’60, il gruppo propone uno show dove vengono ripercorse principalmente le tappe musicali essenziali degli Stones, la più longeva rock’n’roll band del mondo. La band, veterana della scena musicale della capitale, è cresciuta nell’humus creativo del Big Mama. Si è formata nel ’91 per un concerto di fine anno tra studenti: Marco Bertogna (basso), Simone Rauso (voce e chitarra), Enzo Civitareale (batteria) e Pietro Tirabassi (voce e chitarra). Ai quattro si è aggiunto poi Alberto Bolli (tastiere, voce). Da Honky tonk women a You can't always get what you want, Brown Sugar, i Riding Sixties oggi sono un punto di riferimento per il sound, le timbriche, le armonie vocali degli anni Sessanta. Nel repertorio Bob Dylan, Yardbirds, Who ma anche l’italianissimo beat di Equipe 84, Corvi, Rokes e Nomadi.