L’arte di creare. In arancione

I tempi cambiano e con la stessa rapidità cambiano anche i colori. Se sino a qualche tempo or sono era il rosso a dominare, oggi quel rosso è stato sostituito dall'arancione. Un colore, per così dire, trendy, che ha portato molta fortuna alla rivoluzione liberale in Bielorussia e molto meno a quella nostrana, targata Sandro Biasotti. Un colore comunque capace di fare, per così dire, «brillare» le potenzialità presenti in quella mina inesplosa che è la nostra mente. Una mina, capace di dormire per anni sotto il terriccio della abitudine e della routine quotidiana, per poi d'improvviso disegnare i cieli con gli infiniti fuochi d'artificio della nostra creatività. Non è un caso, perciò, se Annamaria Testa, progettista e direttrice del Festival della creatività e dell'innovazione, che si è svolto lo scorso mese nella Fortezza da Basso di Firenze, abbia voluto tingere d'arancione il suo libretto. Un libretto arancione, non rosso come quello di Mao, ma di quello di Mao tanto più prezioso, perché, a differenza del manuale del dittatore cinese, ci insegna non a distruggere ma a creare.
E creare è amare. Anzi, una vera creazione si ama prima ancora che sia, quando ancora non è. Tutto questo ce lo spiega, in uno dei suoi impareggiabili aforismi, Gilbert Keith Chesterton, quando scrive: «Tutta la differenza tra costruzione e creazione è esattamente questa: una cosa costruita si può amare solo dopo che è stata costruita, ma una cosa creata si ama prima che esista». È come dire che le cose create esistono in una sorta di iperuranio, assai prima che colui che le crea le abbia conosciute, amate ed infine realizzate. È come dire che, in realtà, il creatore è un subcreatore, perché ripercorre, per la seconda volta e a livello umano, la strada già percorsa, una prima volta e a livello cosmico, da Dio.
«La creatività consiste - scrive infatti a questo proposito lo psicoanalista Donald W. Winnicott - nel mantenere nel corso della vita qualcosa che appartiene all'esperienza dell'infantile: la capacità di creare e ricreare il mondo. È l'onnipotenza del pensiero propria dell'età infantile».
Una affermazione che, senza alcun dubbio, anche Tolkien e Pascoli avrebbero sottoscritto. Ma avrebbero sottoscritto ancora più volentieri quanto proclama il matematico nonché epistemologo Jules - Henry Poincaré, il quale è presente in questo prezioso libellus con una massima più grande del libellus stesso. Vale a dire che «un risultato nuovo ha valore, se ne ha, nel caso in cui stabilendo un legame tra elementi noti da tempo, ma fino ad allora sparsi e in apparenza estranei gli uni agli altri, mette ordine, immediatamente, là dove sembrava regnare il disordine».
Come a dire che la creatività non è slancio irrazionale, rifiuto delle regole, gioiosa anarchia, ma ordine, analogia, collegamento tra un prima e un dopo, tra quanto esisteva e quanto esisterà.
Insomma, quella che Annamaria Testa ha messo insieme è una summa tascabile, un mini libro maxi prezioso. Un castone che porta incastonate quaranta massime che paiono quaranta gemme e che naturalmente è di color arancione.
Annamaria Testa, Creatività, nome singolare, Giunti, pag. 40, edizione fuori commercio.