«L’arte? Deve tornare al passato»

Il grande direttore d’orchestra, impegnato in questi giorni in Russia, con i giovani della «Cherubini», riflette sull’impoverimento di musica e poesia, cinema e teatro

Nemmeno l’inverno moscovita alle porte argina il suo irrefrenabile attivismo. Quell’ottimismo della ragione e del cuore che sempre lo sorregge quando sta per compiere una delle sue fantastiche irruzioni in un mondo che ancora non conosce ma che gli si prospetta come un immenso campo da arare, seminare, dotare di tutti i requisiti indispensabili per mietere, a tempo debito, un raccolto all’altezza delle sue aspirazioni.
Che, per quanto riguarda Riccardo Muti, si chiamano arte, cultura, dedizione come dono di sé per far compiere al quotidiano un balzo verso il futuro e al pianeta una rotazione di 360 gradi. Come quello cui assisteranno gli spettatori di Mosca in occasione del Don Pasquale, l’opera di Donizetti in programma al Teatro Stanislavski in una sala gremita fino all’inverosimile che sentirà per la prima volta il sound dell’orchestra Cherubini, fiore all’occhiello di questo instancabile animatore.
È la sua nuova orchestra, maestro Muti?
«Chiariamo subito un punto essenziale. La Cherubini non vuol essere una formazione musicale ma svolgere un’opera di formazione. Che si rivolge ai diplomati dei conservatori che non siano maggiori di 24 anni con l’obiettivo di licenziare, come in un master universitario, dopo un triennio di studi, autentici professionisti in grado di accedere alle grandi orchestre».
Un progetto ambizioso, non le pare?
«Cosa sarebbe la vita senza il corredo indispensabile dell’ambizione che è poi una rinnovata forma della fantasia? Saremmo ancora all’età del ferro se la parola “ambizione”, coniugata con la sua gemella “curiosità”, non ci spingesse a trovare nuove strade individuando percorsi a prima vista impossibili».
Ma dove la porta oggi questa curiosità?
«Io mi limito a seguire, un passo alla volta, le tappe inarrestabili del cammino appena iniziato che, dopo Mosca, mi trascina a San Pietroburgo per l’ultima recita, stavolta in forma di concerto, del capolavoro di Donizetti».
Già, il Don Pasquale. Come mai proprio quest’opera?
«È un’idea maturata nell’ambito di Salisburgo, al Residenz Festival di Pentecoste. Quando, tutt’uno al sovrintendente Jürgen Flimm, decisi di impiegare la Cherubini per tre anni in un programma dedicato alla valorizzazione del repertorio musicale napoletano del ’700. Un’ipotesi suffragata da un tale favore popolare da prolungare il contratto di un biennio».
E Donizetti?
«Donizetti non è napoletano, d’accordo, e il suo non è il XVIII secolo. Ma sposa ed eredita il divertissement fra comico e tragico dell’età precedente. Per questo penetro nel suo territorio con l’entusiasmo di un giovane speleologo alla ricerca della grotta perduta. Naturalmente non lo eseguo al Festival di Pentecoste, ma in giro per il mondo. Il tema dell’estrema illusione dei sensi in un’epoca come la nostra che promuove qualsiasi iniziativa pur di scongiurare la vecchiaia è di un’attualità sconcertante».
Cercare di fermare il tempo non per prolungare la giovinezza ma per tracciare le linee maestre del futuro, è un progetto che in qualche modo si rifà alle istanze vertiginose di Faust. Non le fa paura?
«Mi fa paura ma al tempo stesso mi attira in modo irresistibile. Tanto è vero che ho accettato di presiedere la più strana, anomala ed eccentrica tra le istituzioni, l’Accademia Musicale Mediterranea che ha sede a Malta. Strana perché vuol essere il punto focale della strategia del Mare Nostrum, una testa di ponte fra Occidente e Medio Oriente».
Possibile che un uomo come lui non concepisca come impossibile l’utopia di una conciliazione tra Europa e Islam? Tanto più per mezzo dell’arte più nobile e sfuggente che ci sia, la musica? Ma anche stavolta il suo coraggio ha il sopravvento. E se sorride mentre gli espongo i miei dubbi, esplode infine in una risata quando lo paragono a Leonardo che, nonostante gli innumerevoli tentativi frustrati, continuava a progettare quelle fantastiche macchine volanti che ci avrebbero finalmente permesso di alzarci dal suolo.
«Il mio non è un volare negli spazi alti - precisa con ironia - ma penetrare con tutte le mie forze nell’immaginazione. Che, per fortuna, è un bene comune a ogni essere umano. Oggi viviamo nell’età della mistificazione e del dubbio. Ci circondiamo di un’arte che tale non è una volta abbassata allo status di puro arredamento. Lo fa il cinema, lo fa il teatro, lo fa il design, salvo rare e benemerite eccezioni. Persino in poesia ci siamo dimenticati della natura. Oggi chi scriverebbe più, come fece Oscar Wilde, “Bisbiglia il pino al platano una storia d’amore”? Se lo facesse sarebbe preso per pazzo. Ecco, io credo che in questo periodo di smarrimento in cui i giudizi si sfaldano e ogni categoria perde di valore, occorra rifarsi al passato, quando l’aedo mormorava suonando la cetra e quando il muezzin incitava con la sua strana sonorità dall’alto del minareto. Le campane e le voci registrate devono essere messe al bando. Torniamo al primato dell’uomo, questo è il mio sogno. Che per il momento s’incarna nell’isola di Malta. Dove si gettano le basi di ciò che finora possiamo solo chiamare miracolo».