L’arte di essere unici nel villaggio globale dove tutto è anonimo

Chi nel 1991 aveva vent’anni forse si è riconosciuto nel romanzo Generazione X di uno scrittore canadese allora esordiente, Douglas Coupland. Era il ritratto di una generazione sovristruita e sottocupata dal punto di vista materiale; e indecisa a tutto da quello esistenziale. Le ideologie erano crollate, lasciando in egual misura dubbi e speranze. Meglio entrare nel trionfante mercato, accettando le regole della competizione oppure restare ai margini, partecipando solo quel poco necessario a sopravvivere? Sullo sfondo un’altra questione: la tecnologia digitale era la grande opportunità oppure l’ennesimo inganno che non avrebbe condotto alla libertà ma a un diversa forma di sottomissione? Ed era possibile tenere il piede in due scarpe, rinviando per sempre la decisione? Presto fu chiaro che la risposta a quest’ultima domanda era negativa: era necessario scegliere. Nella cultura pop ci fu un importante evento simbolico, l’ultimo capace di coinvolgere un’intera generazione, che chiarì come stavano le cose: il suicidio di Kurt Cobain il 5 aprile 1994. Il leader dei Nirvana aveva conquistato lo star system nonostante avesse mantenuto un profilo da outsider indipendente. In cambio, oltre a montagne di dollari, aveva ottenuto alienazione e la sensazione di essere, in ogni caso, un traditore. Ricordo il momento esatto in cui, tornando in macchina da una serata divertente, io e i miei amici sentimmo alla radio la notizia. Silenzio plumbeo. E una certezza in testa: la gioventù è finita. Punto e a capo. Di lì a poco, quei ventenni avrebbero preso decisioni diverse. Qualcuno avrebbe aggiornato le vecchie teorie egualitarie in salsa no global. Qualcun altro avrebbe capito che il mercato non era il problema, come ci avevano insegnato a scuola e all’università, ma la migliore soluzione del problema.
Racconto tutto questo perché il nuovo romanzo di Douglas Coupland, Le ultime 5 ore, appena uscito per Isbn, richiama apertamente proprio Generazione X. Nel libro del 1991, uno dei protagonisti inventava una storiella: cosa accadrebbe se alcune persone, rimaste isolate in un supermercato, riuscissero a sopravvivere all’apocalisse nucleare? Le ultime 5 ore risponde alla domanda e prende di petto il problema della tecnologia, all’epoca solo accennato. L’apocalisse, qui, coincide con una catastrofe ecologica dovuta (probabilmente) a una guerra lampo innescata dall’improvvisa impennata del prezzo del petrolio. I quattro sopravvissuti si salvano perché nelle cinque ore precedenti il collasso della civiltà si sono trovati, per motivi differenti, in una squallida sala da cocktail dell’aeroporto di Toronto. L’azione, che pure non manca, non è centrale e la stessa fine del mondo così come lo conosciamo è solo un artificio narrativo per ascoltare il monologo interiore dei cinque protagonisti, alcuni dei quali, guarda caso, parlando del passato tornano anche a quel giorno di aprile del 1994, proprio quello in cui Kurt Cobain tirò il grilletto del fucile.
Se nel 1991 lo questione epocale era colmare il buco lasciato dalle ideologie, nel 2010 (anno in cui il romanzo è stato scritto) è diventato centrale il rapporto con la tecnologia. Il villaggio globale è qui. E ci sta cambiando. Difficile dire se in meglio o in peggio. Senz’altro ha mutato la percezione del tempo: viviamo in un eterno presente, le nostre vite «hanno smesso di essere delle storie». Senz’altro è finita la stagione tutta ottimismo ed entusiasmo in cui trionfava «l’idea dell’individuo superspeciale, ultraimportante, con blog e risultati in prima pagina su Google». Nella «Nuova Normalità» dovremo forse spogliarci di «ogni illusione di rilevanza individuale» perché «sta nascendo qualcosa di nuovo che non ha interesse né pietà per le anime intrappolate nel solipsismo da Ventesimo secolo». Non è il caso però di tirare conclusioni pessimistiche troppo affrettate. Coupland, del resto, è stato splendido biografo di Marshall McLuhan, il guru dei nuovi media, è non arruolabile tout court tra i tecnoscettici. La tecnologia è l’estensione della mente umana, ed è dunque, in fin dei conti, umana. L’esito finale di questa trasformazione antropologica non è scontato, la partita è aperta. In fondo la rivoluzione digitale potrebbe ricondurci là dove siamo partiti: «Il tempo accelera, il tempo decelera, sempre il tempo, sempre a battere sulle sbarre della gabbia in cui siamo, a tormentarci con l’incessante consapevolezza della sua presenza, e l’unica arma che abbiamo contro il tempo è il libero arbitrio e la nostra convinzione che la vita sia sacra e la nostra speranza di avere un’anima».
Qualcosa là fuori è in attesa. Non è dato sapere esattamente cosa ma presto dovremo trovare un’altra volta le nostre risposte e dire ad alta voce chi siamo. Comunque vada, questo libro si chiude con un brindisi alla vita. E così sia.