«L’arte è lotta per la sopravvivenza»

Incontro con Laurie Anderson, l’eclettica performer newyorkese che si muove fra poesia, musica, arti visive. Con la sua opera «totale» si oppone al dilagare del commercio spacciato per cultura

Di lei si dice che, se non fosse considerata musicista dai musicisti, poetessa dai poeti, pittrice dai pittori, artista visuale dagli artisti visuali, Laurie Anderson vagherebbe nella zona morta dei virtuosi troppo dotati, ovvero sul versante scivoloso della collina del successo.
Invece lei, la Cassandra elettronica che si nutre di poesie, immagini, suoni e visioni, dagli anni Settanta è un’eroina multimediale e un simbolo dell’avanguardia colta. Un talento onnivoro quello di Laurie Anderson, che da ragazzina studia violino, poi si laurea in storia dell’arte e in scultura mentre si occupa di installazioni teatrali, opere particolari e strani spettacoli come la «cabina telefonica interattiva», «il clone» dove con uno specchio a doppia immagine e un filtro audio trasforma la sua voce in quella di un uomo e - ancora in divenire - l’installazione di un giardino multimediale per la prossima World Expo in Giappone.
Nata artisticamente nell’eccentrico cenacolo newyorchese che comprende Philip Glass, Trisha Brown, Gordon Matta-Clark, il grande pubblico l’ha scoperta per le sue incursioni nei territori musicali e dopo il suo fidanzamento con Lou Reed. Ma è la piccola Laurie, con i suoi grandi occhi impertinenti e quel cervello in perenne ebollizione, a trascinare Reed fuori dagli schematici territori del rock avvicinandolo al teatro (Poetry con Robert Wilson), al pamphlet (The Raven, tratto dal suo disco dedicato a Edgar Allan Poe), ai libri di fotografia.
Signora Anderson, lei è molto affascinata dal linguaggio come forma espressiva.
«È un istinto naturale, un esercizio che pratico da sempre poiché vengo da una famiglia di “narratori” affascinati dalla parola; ognuno di noi a casa aveva un suo modo di comunicare per inventare storie».
La poesia è una forma espressiva ancora attuale, e comunque qual è la forma espressiva più immediata?
«Non esiste la forma espressiva immediata. Potrei dire la canzone, ma sarebbe sbagliato. La canzonetta arriva subito, c’è una bella differenza. La poesia dovrebbe essere quella più diretta, perché è un modo di dialogare. Il poeta deve dialogare col cervello, non essere un secondino che tiene i versi in libertà vigilata. Ci sono poeti come Baudelaire che sono più influenti e attuali oggi di allora».
Protagonista del «moderno Rinascimento»: si riconosce in questa definizione?
«Sì, perché “moderno Rinascimento” è una contraddizione e la mia opera è volutamente contraddittoria perché vera. Tutto ciò che faccio è finalizzato alle mie opere; ad esempio ho lavorato in un McDonald’s per raccontare le mie esperienze in Happiness, e potrei fare decine di esempi del genere. Ho fatto di tutto ma non il teatro, perché quello vuol dire uscire da se stessi, mettere una maschera per fingere di essere qualcun altro».
Per questo la sua è chiamata arte autobiografica?
«Solo all’inizio, ai miei esordi. È stata definita in molti modi, senza capire che io cercavo di innestare nuove idee nel mondo tradizionale».
Artista popolare o intellettuale?
«Un po’ dell’una e un po’ dell’altra. Ciò che è popolare è nobile e spesso ciò che è intellettuale è artificioso. L’importante è la forza delle immagini. È colpire l’immaginazione».
Lo ha fatto già con la sua prima performance, Concerto di clacson, una delle più bizzarre.
«E anche una delle più spontanee. Nel Vermont, dove passavo ogni estate, alla domenica nel parco comunale suonava la banda. La gente arrivava in macchina per seguire il concerto. Così, vedendo tutte quelle auto, decisi di organizzare una grande sinfonia e fu divertente, perché prima feci delle audizioni per selezionare le tonalità dei clacson più adatte. Le gente partecipava con passione».
Un’altra delle sue opere che ama di più?
«Ad esempio La voce dell’autorità, performance in cui modificavo i timbri vocali grazie ad un filtro vocale. L’ho usato come travestimento e mi ha ispirato William Burroughs, uno dei miei maestri, personaggio geniale, anticonformista e soprattutto divertente».
Cos’è per lei l’arte?
«Se devo essere romantica dico che l’arte è un dono, un privilegio che permette di elevarsi e di vedere il mondo reale attraverso sogni e simboli. Se devo essere realista invece sostengo che è una lotta per la sopravvivenza; una forma di resistenza contro il dilagare del commercio spacciato per cultura e affini».
Con la multimedialità non si rischia di disperdersi?
«Mi piace lanciare messaggi differenti attraverso i quadri, l’elettronica, la scultura, sono ingorda di vita. Ora scriverò una nuova opera: una serie di poesie con accompagnamento di violini elettronici».
Il suo pittore preferito?
«Caravaggio, i suoi quadri hanno la forza della fotografia dipinta a mano».
Altri artisti che l’hanno influenzata in particolare?
«Tutto ciò che è vita mi influenza, ma se dovessi fare altri nomi direi William Shakespeare e Hermann Melville. Moby Dick è un capolavoro, una favolosa storia d’amore che non ho potuto fare a meno di rivisitare a modo mio».
Lei è curiosa di tutto, c’è qualcosa che non sopporta?
«I musical di Broadway. Sono noiosi e vacui. Invece amo il cinema, anche quello italiano. Miracolo a Milano di De Sica è stupendo. Tra pochi giorni uscirà il mio film Hidden Inside Mountains, una fiaba in un linguaggio virtuale che anche dal mio punto di vista è piuttosto eccentrica».
Recentemente ha collaborato con la Nasa, l’ente spaziale americano.
«Ho terminato da poco; sono stata al centro operativo di Houston e in California come osservatore. Sono stata a contatto con gli scienziati facendo fotografie, studiando lo spazio e i fenomeni naturali. Ho studiato anche le teorie di Einstein. Ora devo fare una relazione-spettacolo, perché il ruolo dell’artista è anche quello dell’osservatore della realtà».
Ora sta preparando un’opera per la World Expo giapponese.
«Un enorme giardino tecnologico con sottofondo di musica elettronica».
Nell’immaginario collettivo Lou Reed è l’artista maledetto, il Baudelaire dei nostri giorni, lei come lo vede?
«Apparentemente lui è selvaggio e io sofisticata. Siamo agli opposti ma in fondo abbiamo la stessa filosofia e ansia di ricerca».
L’hanno definita in mille modi: lei quale preferisce?
«Un’artista: come è scritto sul mio passaporto».

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