L’arte miserabile

I tempi mutano e la legittima estensione della sfera dei diritti invade anche la sfera dei valori, fino a determinare paradossi e pretese inaccettabili. Ma nell'era del politicamente corretto, campo dal quale si era magistralmente smarcato Silvio Berlusconi, pagandone, come si vede, duramente le conseguenze, anche Alessandro Manzoni sarebbe stato redarguito per avere osato chiamare la monaca (...)

(...) di Monza «sventurata». L'unico ambito in cui si deve muovere il giudizio su un artista è quello estetico. Il che non gli impone alcuna regola, né remora, morale. Un'opera d'arte compiuta e assoluta può nascere da un moralista come da un libertino. Ciò che ne stabilisce il valore è il «come», non il «cosa». Nessun contenuto nobile (quanti orribili monumenti sono stati fatti per celebrare giuste cause) potrà far diventar bella un'opera brutta.
In questi giorni a Verona una vicenda esemplare ripropone la questione nei termini più estremi. Uno scultore romano di cui non conosco l'opera ha deciso, in evidente corrispondenza con le sue convinzioni profonde, di dedicare una sua serie alle «miserie umane». Una di queste «figure» rappresenta, non so con quali esiti formali, il «transessuale». È bastato questo per infiammare il gruppo Arcigay di Verona, che ha immediatamente protestato per la discriminazione stabilita dall'artista nel riferire alla condizione transessuale lo status della miseria. L'aspirazione alla normalità sembra non voler consentire neppure il giudizio morale che la visione cattolica riserva al peccato. Non si vuole permettere che un artista assuma una posizione spirituale che viene interpretata come una discriminazione sociale. Tutti devono considerare legittimo lo status di transessuale, anche se esso, come nell'ottica di mio padre o di Papa Ratzinger, appaia estraneo alla loro visione del mondo. Illecito e illegittimo si sovrappongono e ambiscono a sostituirsi alla sfera morale, così che i diritti finiscono per prevalere sui valori. Ma i due ambiti devono rimanere rigorosamente distinti e tanto più non si può pretendere che l'artista debba ubbidire al politicamente corretto. Questo deve valere sia rispetto a posizioni trasgressive, più tipiche degli artisti maledetti, sui quali il giudizio negativo della società non era preclusivo dei valori estetici; e soprattutto deve valere quando il codice morale di un artista rientri perfettamente nelle regole di una religione, di una convinzione politica, di una scelta etica. L'unica critica legittima può essere sul piano dei valori estetici, che nessuna buona intenzione può sostituire. Ma immaginare che la lobby delle monache si ribelli al Manzoni per avere definito una di loro «sventurata» è cosa che ripugna al buon senso e alla logica. Consentano dunque i gay e le lesbiche di Verona allo scultore della Santa Sede, Ernesto Lamagna, di commiserare la condizione del transessuale, senza chiedergli di pensarla come loro. Attendano di vedere l'opera e, con grande tolleranza, di intenderne lo spirito, rivalendosi contro l'artista non perché critico della loro condizione sessuale, ma perché insufficiente sul piano estetico. Non resta loro altra strada. E se la scultura dovesse essere bella (come io non so, non avendola, al pari di loro, ancora vista), si rassegnino al giudizio dell'artista in nome del valore dell'opera, che potrà commuovere anche loro, ridandogli il piacere della trasgressione e del peccato. Nulla è più triste della normalità e del riconoscimento sociale cui aspirano.

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