"L’arte di oggi? Finta e disgustosa"

Il grande critico francese Jean Clair spiega la degenerazione e
l’insensatezza di tante opere contemporanee: "C’è un’overdose di
performance a base di sangue, mutilazioni e schifezze. Roba vecchia..."

Un giorno chiesero ad Alberto Giacometti dove avrebbe voluto che andassero le sue sculture, una volta terminate. In un museo? In una galleria? In una collezione privata? «No - rispose -, seppellitele nella terra. Così faranno da ponte tra i vivi e i morti».

È una risposta religiosa. Chi è stato sui luoghi natali dello scultore - con quelle cupe foreste che ricoprono le montagne da Stampa fino al Maloja e poi all’Engadina - sa, ma soprattutto sente, che le parole di Giacometti appartengono ancora a una visione austera, metafisica, quasi sacrale del mondo e della vita. Un artista d’oggi non potrebbe più proferirle, poiché impegnato a gridare «Sono qui! Guardatemi!» e a gestire la propria immagine attraverso piccoli o grandi scandali. Di tutto questo - e della conseguente deriva culturale - abbiamo parlato con Jean Clair, tra i più importanti critici d’arte viventi, che giovedì sarà a Milano (Palazzo Brera, ore 18) a presentare il suo nuovo libro La crisi dei musei (Skira)

L’arte oggi, per non parlare del cinema, cerca sovente un iper-realistico effetto speciale, per creare un breve shock nervoso e sensuale allo spettatore. Che dopo poco si è già scordato tutto.
«Va detto che esistono buoni cineasti che ancora lavorano senza bisogno di effetti speciali. Come esistono Bacon, Freud, Sam Szafran, per esempio, o Zoran Music, e altri pittori più giovani e meno conosciuti. Coloro che fabbricano un prodotto standardizzato, che mira all’effetto, in base a considerazioni commerciali, fanno parte di un’altra categoria, come gli autori di best seller non fanno parte, in generale, della repubblica delle lettere».

Però c’è questa inclinazione degli artisti alle «trovatine» scandalose. Qualcuno direbbe che inseguono il falso prestigio della trasgressione solo per eludere la vera domanda del nostro tempo: come viver, e fare arte, senza divieti?
«Non penso che l’artista si ponga il problema in questi termini. Piuttosto cerca di affrontare il problema e il senso della forma. L’arte occidentale, fondata sulla fede cristiana nell’incarnazione, ha condotto la nostra cultura a una profusione di rappresentazioni, nel tentativo di afferrare, di figurare quella meraviglia che l’incarnazione dell’essere nel mondo della visibilità. Ora, esiste certamente una tendenza nell’arte contemporanea al rifiuto della forma, all’immondo».

Tendenza piuttosto diffusa.
«Be’, sì. È incarnata per esempio dal letto di Tracey Emin maculato di urine, dalle opere di Andres Serrano fatte di sangue e di sperma, o dalla mostra Abject art presentata nel 1993 al Whitney Museum di New York. Si distoglie lo sguardo dalla forma, in particolare dal volto umano, per immergersi nelle secrezioni, negli intestini, tra le mucose e gli escrementi. Ma non si tratta di trasgressione, di infrangere divieti».

E di cosa invece?
«Di opere scatologiche, che esprimono il fascino dello stercorario, dell’escremenziale. Sono apprezzate, lodate dalle istituzioni e dalla critica, come ai bei tempi dell’arte ufficiale. Quale potrebbe essere il senso di una tale festa carnevalesca in una società disertata dagli dei? Un’infanzia dell’arte, forse, un ritorno al bagno primitivo nelle feci e nell’urina. Oppure, se vogliamo un riferimento teologico, un’apocatastasi, un tentativo di negare il male, di redimere Satana?».

Non è che questo si verifica per via della maggior facilità di chiunque di creare simili «opere»? Penso a certe installazioni, all’arte virtuale...
«Preferirei ritenere le opere d’arte oggetti molto materiali, fisici, singolari, individuali. Incarnate in un luogo e una storia, incrocio di un certo spazio e di un momento del tempo».

Magari esposte nei musei e nelle mostre. La gente ci corre, ma l’impressione è che faccia quel che può, già in overdose di cultura.
«C’è un bisogno reale di immagini che abbiano un senso. Non credo la gente vada a una mostra per distrarsi, anche se sovente rimane delusa da eventi del tutto commerciali. Altro caso è quando il semplice visitatore non comprende cosa ha davanti agli occhi. Pensa ingenuamente che i quadri o le sculture possano parlargli in modo diretto, comunicare in modo magico con lui senza lo sforzo di analizzarle, di comprenderle. La visione di un’opera d’arte avrebbe un potere benefico, taumaturgico, consolante, come toccare i piedi della statua di San Pietro a Roma. Se in ogni altro campo della cultura occorre studiare, apprendere, l’arte si offrirebbe a tutti, nessuno escluso... Credenza democratica, che permette di evitare il problema imbarazzante dell’istruzione e dell’insegnamento».

E credenza abbastanza «mercantile»...
«Lo denuncio nel mio La crisi dei musei. Il museo non è nato come entertainment business, ma come strumento di educazione e di diletto. Docere et delectare. I musei, non solo quelli d’arte, ma anche quelli scientifici, tecnici, i musei della medicina, servivano agli studenti. Al Louvre, gli artisti andavano per studiare e copiare le opere. Il museo era patrimonio e simbolo della nazione. L’idea di farlo fruttare come fosse un portafoglio finanziario, di affittare e magari vendere le opere delle collezioni, di valorizzar la marca, come nel caso del Louvre di Abu Dhabi, questa idea dei teorici di una “gestione dinamica dell’economia dell’immateriale”, per me si apparenta alla simonia».

Forse per questo motivo le mostre hanno più successo dei musei. Cosa pensa di questi eventi mondani?
«Alcune hanno dato contributi straordinari. La mostra di Poussin organizzata da Rosenberg ha cambiato il nostro modo di intendere questo pittore. Quella su Latour ha permesso di fare il punto sulle attribuzioni. Nel mio stesso lavoro di commissario ho cercato attraverso mostre come Vienna, L’âme au corps, Melanconia di contribuire alla storia delle idee. Non si può negare l’apporto culturale delle mostre. Tutto dipende dalla qualità. Attualmente a Parigi la mostra di Mantegna è di grande valore, mentre quella su Picasso e i maestri, concepita come un “prodotto” di lusso, come un blockbuster, non porta nessun contributo».

È stato detto: «Più protezionismo culturale si farà, e più scarti ci saranno, più falsi successi, più false promozioni». Secondo lei cosa bisogna fare?
«Conservare il patrimonio e finanziare i musei. Non immaginare che il nostro patrimonio culturale possa o debba fruttar denaro. Fare mostre intelligenti, che non sono necessariamente costose, come si può vedere nei casi della mostra sulle maschere e quella sul pastello, a Orsay, e quella sull’anatomia all’École des Beaux-Arts. Insegnare la storia dell’arte e l’iconografia nelle scuole. E fare la differenza tra mecenati e sponsor. Guardiamo Palazzo Grassi: Agnelli era un mecenate. Pinault è uno sponsor».