L’arte di perdere soldi: turisti in coda nei musei ma le casse sono vuote

In Francia biglietti gratis, da noi gestione arretrata: così i gioielli italiani sono in perdita

Musei gratuiti per tutti? La ricetta che arriva da Oltralpe, sciorinata per di più da un governo di destra, scuote le coscienze in uno Stato come l’Italia che, dei pubblici beni culturali, ha sempre fatto una bandiera. Di sicuro, davanti al progetto di egalitè presentato dal ministro Fillon - porte spalancate in 14 spazi espositivi nazionali - impallidiscono iniziative nostrane come la settimana della cultura, fiore all’occhiello di Rutelli la scorsa primavera, e il primo maggio a un euro in 235 musei e siti archeologici del Belpaese. Da noi i biglietti di ingresso continuano a costare dai nove euro del Museo archeologico di Napoli ai 12,50 del rinnovato Palazzo delle Esposizioni di Roma, e non è escluso che in futuro possano addirittura aumentare nel disperato tentativo di tappare un deficit contro cui nulla può il boom dei visitatori di questi anni. La realtà dei musei italiani vive infatti una dimensione a dir poco schizofrenica di cui lo stesso ministero non riesce a fornire (o non vuole) un quadro chiaro e omogeneo. Da una parte il prodotto cultura continua a regalare una forte spinta al turismo nazionale, facendo registrare un costante incremento di pubblico che solo quest’estate è stato del più 3,2%, che vuol dire otto milioni di visitatori nei musei statali. Dall’altra tutto ciò avviene a fronte di una drastica riduzione dei fondi sia per la conservazione che per la promozione dell’arte nazionale con tagli fino al 62% che stanno portando i musei sull’orlo del collasso. Cioè i musei fanno bene al turismo ma non a se stessi. Qualche esempio? Mesi fa il sovrintendente del Polo archeologico di Roma alzò le braccia dichiarando che i musei non avevano più soldi per pagare le bollette. Stessa debacle per gli Uffizi di Firenze, uno dei musei più frequentati al mondo che, a dispetto delle lunghissime code ai piedi del David di Michelangelo, ha più volte rischiato il black out a causa di debiti con l’Enel di quasi 300mila euro. Peggio, il direttore Antonio Natali annunciò che per i capolavori del Rinascimento era ormai allarme sicurezza a causa dei tagli e della carenza di custodi. A Bologna, solo le scorse settimane il ministero ha stanziato una tranche di fondi per coprire la morosità della Sovrintendenza, impossibilitata a pagare i costi fissi di elettricità.
Altro che biglietti gratis. «Sarebbe un’idea eccellente - dice il direttore della Pinacoteca di Brera Luisa Arrigoni - ma ovviamente bisognerebbe imitare i grandi musei europei anche nell’organizzazione delle risorse». E qui casca l’asino. Neppure le istituzioni anglosassoni, men che meno quelle americane, sarebbero «autosufficienti» se non potessero contare su forme di finanziamento diversificate.
Prendiamo il caso del Metropolitan Museum di New York: soltanto il 19,4% delle entrate (che ammontano a circa 120 milioni di dollari annui) proviene dalla biglietteria e dai servizi (bookshop, ristorante ecc.); il rimanente 80,6% deriva da un articolato ed efficiente sistema di donazioni dalla città di New York, cioè da parte di fondazioni, compagnie private e semplici (ma facoltosi) cittadini. Neppure il Getty Museum di Los Angeles genera guadagni e infatti ha l’ingresso gratuito per il pubblico, eppure spende 30 milioni di dollari l’anno per il suo funzionamento e altri 170 per l’acquisto di nuove opere. Come fa? In piccola parte (18 milioni) grazie a sponsorizzazioni e lasciti, ma per la maggioranza grazie alla gestione degli investimenti sul mercato che fruttano ben 700 milioni di dollari. Ecco perché i musei americani, nati non a caso per volontà di magnati come Getty, Frick, Rockefeller, Stewart Gardner, possono infischiarsene del biglietto, così come molti musei europei: in primis quelli britannici come la Tate, la National Gallery e l’Irish Museum of Modern art di Dublino. A Parigi, già prima di Sarkozy, la prima domenica del mese era già gratuita per Louvre, Musée d’Orsay e Centre Pompidou, mentre al Prado di Madrid la domenica non si paga mai. In Inghilterra, dove gran parte del patrimonio culturale è gestito da enti privati (National Trust), lo Stato dà incentivi economici alle istituzioni pubbliche, università comprese, per l’assunzione di fund raiser, cioè procacciatori di fondi che rappresentano la vera gallina dalle uova d’oro dei musei europei. Si tratta di figure ad altissima professionalità che riescono a convogliare enormi risorse private per l’«adozione» di intere collezioni, o anche solo singole opere oppure attività di didattica. Per la Tate Modern, che supera i 5 milioni di visitatori annui, il fund raising copre quasi la metà del fatturato, insieme alle attività commerciali come ristoranti, bar, bookshop e negozi di souvenir accessibili indipendentemente dall’ingresso alle mostre.
E in Italia? Siamo ancora in attesa che vengano recepite vere norme di detraibilità fiscale che incentivino le donazioni, mentre in Senato si discute un decreto legge (n. 159 collegato alla Finanziaria) che metta ordine nella privatizzazione dei servizi aggiuntivi (bar, guardaroba ecc). E intanto fuori dai musei, tutti in coda alla biglietteria.