L’arte del remix sfida il diritto d’autore

Nel lontano 1993 una coppia di sconosciuti musicisti elettronici austriaci, Kruder&Dorfmeister, pubblica un 12 pollici la cui immagine di copertina ha davvero qualcosa di familiare per gli amanti del pop: una loro foto in bianco e nero che rifà letteralmente il ritratto (stessa posa, stessi abiti) del famoso duo folk Simon&Garfunkel. Ma il bello doveva ancora venire, perché nel 1998 K&D danno alle stampe un doppio album contenente tracce di autori celebri, da Bowie ai Depeche Mode, rimixate in versioni downtempo di gran classe. Del brano originale resta l’eco, un passaggio, al massimo una citazione ma si tratta pur sempre di una fonte preesistente neppur troppo difficile da riconoscere. Insieme i due viennesi non hanno mai scritto né firmato un pezzo loro.
Passa un decennio abbondante e un’altra coppia, i fratelli Dewaele, fondatori della band electro Soulwax, quando la notte avanza si divertono a vestire i panni dei più scatenati maghi del laptop. «2Many Dj’s» è il loro progetto con cui si impossessano di qualsiasi brano loro piaccia inserendolo in un irresistibile pastiche che alcuni critici hanno soprannominato «bastard pop». Già, bastardo perché illegittimo, illegale, indifferente al diritto d’autore, perfettamente sintonizzato con quanto accade in rete, dove chi sa muoversi con una certa dimestichezza troverà ogni genere di bizzarria, segno che forse il luogo della creatività dei nostri anni è davvero là dentro.
È dunque il remix l’estetica che ha posto il problema del rapporto con il copyright e con il libero accesso alle fonti: se sia davvero giusto e corretto prelevare a destra e manca o se invece vada riconosciuta comunque la proprietà intellettuale, se la libertà nel web sia fatto ormai acquisito o se invece siano poste delle restrizioni che garantiscano il diritto d’autore.
In ogni caso la musica è senz’altro l’ambito dove è più facile sperimentare, vista la fluidità del linguaggio e la facilità d’accesso al prodotto. Di fronte ad alcuni che mai concederebbero l’utilizzo di un loro accordo e che se si accorgono di essere stati anche solo citati chiamano immediatamente l’avvocato, altri utilizzano la creatività dei fan per arricchire la propria. Ci ha pensato Trent Reznor, da tempo in lite con le case discografiche, il quale lascia nei suoi cd dei file aperti che potranno essere rimaneggiati e uplodati senza particolari difficoltà. Basta registrarsi al sito www.remix.nin.com per entrare a far parte di questa comunità dove il leader dei Nine Inch Nails pubblica le migliori versioni remixate dei propri brani.
Molto più complicata che non nella musica la questione nelle arti visive. Qui siamo ancora alla regola per cui servirsi di un’immagine concepita da un altro è un plagio mentre non è altrettanto chiaro se sia possibile utilizzare il volto di una persona famosa, e a scopo di lucro perché le opere d’arte si vendono ben più care di un cd, senza che costei reclami un qualche diritto pur senza aver concesso un’autorizzazione preventiva. Lawrence Lessig, professore alla Harvard Law School, tra i massimi esperti di proprietà intellettuale nell’era di Internet, in Remix. Il futuro del copyright (e delle nuove generazioni) (Etas, pagg. 272, euro 22), esemplifica il problema con Candice Breitz, artista sudafricana che ha basato tutto il suo lavoro sulle icone del rock o del cinema e sul loro rapporto con il pubblico. In particolare uno degli ultimi progetti prevede di riprendere in video venticinque ammiratori di John Lennon mentre eseguono per intero l’album Plastic Ono Band del 1970, e discorso analogo è proseguito con le canzoni di Bob Marley, Michael Jackson e Madonna. La Breitz sostiene che la nostra cultura si alimenta della possibilità di trasmettersi naturalmente, come una modalità di sviluppo e di stratificazione. Lei, come Reznor in rete, sposta l’attenzione sul pubblico, che qualcuno ritiene «erroneamente che si limiti ad assorbire cultura e a cui non si riconosce la potenzialità di riflettere la cultura creativamente».
A nessun artista-fotografo verrebbe in mente di rubare l’immagine di una rockstar e riutilizzarla in una propria opera che in quanto tale potrebbe essere venduta. La tecnica del remix, paradossalmente, influenza più la pittura, che pure è considerata un mezzo tradizionale, in quanto è fuor di dubbio (come in un romanzo) si tratti di semplice finzione. Diversi pittori delle generazioni recenti non si sono fatti alcun problema a ritrarre i loro miti e anche, come nel caso di Elizabeth Peyton, a guadagnarci un sacco di soldi. Americana del 1965, la Peyton ha incentrato i suoi piccoli e costosi dipinti sulle celebrities contemporanee (Noel e Liam Gallagher degli Oasis, Julian Casablancas degli Strokes, Jarvis Cocker dei Pulp, Chloë Sevigny, i principi William e Harry, Keith Richards, John Lennon, Marc Jacobs ecc...) immortalati come in un’istantanea digitale poi tradotta in uno stile gestuale tanto per chiarire trattarsi di pittura. Eppure a nessuno di questi divi è mai venuto in mente di avanzare un diritto su queste immagini, così come è stato possibile all’inglese Gavin Turk produrre un perfetto calco in cera di Sid Vicious mentre canta My Way, e poi venderlo a Saatchi, senza che gli eredi si siano fatti vivi.
Nell’arte contemporanea un conto è l’attitudine «culturale» al remix, ovvero la vicinanza estetica con l’ambito della musica, una moda per fotografi, videomaker e concettuali, un altro il tentativo di elaborare un qualche oggetto che strutturalmente sia concepito come un remix. L’esperienza più interessante è stata, ancora una volta, quella di un pittore inglese, Dexter Dalwood, la cui specialità sta nel dipingere luoghi familiari per il nostro immaginario che però non abbiamo mai visto o che forse neppure esistono. Sono il risultato di lunghe ricerche di materiali e documenti i quadri che ci rivelano come avrebbe potuto essere Graceland, la casa di Elvis, la notte di Natale, il rifugio segreto di Unabomber, o la dacia di Gorbaciov quando venne rovesciato il regime sovietico. Gli elementi realistici ci sono tutti ma è proprio la vicinanza strutturale con il remix a renderli qualcosa di inusuale e sorprendente.
Si tratta di un cortocircuito linguistico ormai costante nella nostra contemporaneità, come ha messo in evidenza la mostra «See This Sound» appena conclusasi al Lentos Museum di Linz, nuova versione illustrata del vecchio principio della sinestesia così ben descritto dal Rimbaud nel sonetto delle vocali.