L’artista che bendava i quadri

È scomparso l’altro ieri a New York (dov’era nato nel 1919 da padre siciliano), Salvatore Scarpitta, artista tra i più originali del panorama contemporaneo, vicino alla Pop Art, al dadaismo, al futurismo, al concettualismo, ma capace di rimanere sempre se stesso.
Scarpitta trascorre l’infanzia in California, dove a otto anni vede le prime gare da corsa: gare pionieristiche che si svolgono su piste non asfaltate, coperte di polvere o di travi di legno. Lì si appassiona all’umanità dei piloti: gente come Sharp e Triplett, o come Franz Lockart, che nel 1927 corre a 147 miglia all’ora e, non avendo i soldi per sostituire il radiatore rotto, ne fabbrica uno di legno.
La passione delle auto si riverserà nella ricerca e nella vita stessa di Scarpitta. Ma le sue opere più famose sono forse le «tele fasciate», che nascono nel 1957. Muovendo da Burri e anticipando Fontana, Scarpitta, che nel 1936 si era trasferito a Roma, non dipinge più sulla tela, ma lavora la tela stessa. Pare che l’ispirazione gli sia venuta dall'osservazione casuale di un neonato, ma l’esito dei suoi quadri tagliati e riannodati è un sentimento di lacerazione e ricomposizione, un viluppo di ferite e cicatrici.
Nel 1959 Scarpitta torna in America e tiene la prima mostra da Leo Castelli, entrando nella prestigiosa scuderia dei suoi artisti, di cui faranno parte tutti i protagonisti della Pop Art. Ma il suo vero interesse non è l’oggetto, è l’uomo. Perché, diceva, «l’arte deve avere radici nell’umanità». «Con Scarpitta - ha dichiarato il critico Achille Bonito Oliva - scompare un artista libero, ottimista, vitalista».