L’artista romano e una poetica «postmoderna»

Paolo Canevari è uno degli artisti romani più noti ed apprezzati a livello internazionale e tra i pochi italiani presenti quest’anno alla Biennale d’Arte di Venezia. Romano doc e legato all’arte da generazioni, Canevari (Roma, 1963) vive oggi a New York dove, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, ebbe inizio la sua carriera artistica e si consolidò la sua formazione, accanto ad artisti di rilievo come Nam June Paik. Roma, con la sua eredità storico-artistica, resta comunque un punto di riferimento primario nel lavoro dell’artista. È naturale fonte di ispirazione da cui desumere iconografie familiari, ma è soprattutto diretto referente del senso di classicità che caratterizza l’inflessione del suo linguaggio artistico. Il lavoro di Canevari, infatti, pur fondandosi sull’utilizzo di materiali poveri e di riciclo e su un’indagine che parte dall’uomo per analizzare questioni legate alla sfera del quotidiano (dalla politica al dibattito ambientale), produce una riflessione più ampia sulla storia e sulle sue contraddizioni, la cui oscura ombra riemerge incarnata in opere scultoree mastodontiche, nei grovigli grafici dei suoi disegni o, ancora, nel fumo denso emesso dagli elementi incendiati nei suoi video. Nel nero, l’artista rintraccia il colore ideale per riuscire ad annullare ogni caratterizzazione superflua della realtà e a far emergere così la ieraticità di certe forme simboliche, rafforzando il senso di ritualità e l’atmosfera metafisica che le sue rappresentazioni di per sé evocano. Mettendo in comunicazione memoria storica e quotidiano, Canevari esprime la necessità di sovvertire le gerarchie universali e di rimettere in discussione il concetto di potere, di icona e di verità storica. Dal 29 maggio, poi, lo Studio Stefania Miscetti (via delle Mantellate 14), in cui Canevari esordì nel ’91, presenta una serie di lavori inediti dell’artista (disegni a grafite e il video Continenti, 2005), ispirati a tematiche quali il pregiudizio e la discriminazione.