L’assalto al consolato condotto da siriani, egiziani e palestinesi

A orchestrare i tafferugli sarebbe stato un gruppo di estremisti salafiti provenienti dall’estero. L’obiettivo: scatenare una crisi internazionale con Roma

Mario Sechi

da Roma

Non ci sarà nessun problema con la Libia, ma la realtà è che il Colonnello Gheddafi ha il nemico in casa. Quando il ministro degli Esteri in Parlamento dice che ci sono degli stranieri tra i morti degli incidenti di Bengasi, schiaccia il pulsante e solleva il periscopio del sommergibile che guarda le navi pirata che incrociano le acque libiche. Abbiamo già scritto sul Giornale che la protesta delle vignette è orchestrata dalla «stessa mano», che con sapienza levantina agita la piazza e muove la diplomazia. Su questo punto ormai le analisi delle agenzie di intelligence occidentali concordano e a poco valgono le smentite dei governi arabi. I regimi mediorientali sono sotto la pressione del fondamentalismo, ma ufficialmente non potranno mai ammetterlo. La rivolta di Bengasi non sfugge a questa classificazione e le prime analisi a freddo confermano un quadro allarmante.
Secondo fonti autorevoli, un gruppo di estremisti salafiti si sarebbe infiltrato nel corteo di Bengasi allo scopo di agitare i manifestanti più esaltati. Il consolato italiano era un bersaglio obbligato (unica sede diplomatica occidentale della città), il corteo era nato con lo scopo di protestare per le vignette pubblicate in Danimarca, ma la maglietta di Calderoli ha offerto agli estremisti salafiti l’occasione per creare il casus belli con il nostro Paese. La protesta è stata più dura e dagli esiti imprevisti. La strage ha lasciato sul terreno «le prove» che la verità ufficiale non può confutare. Ieri sul giornale libico al-Jamahiria è stato pubblicato un resoconto involontariamente illuminante sugli incidenti di Bengasi. Il governo libico ha istituito una commissione d’inchiesta ma il problema numero uno è apparso subito quello dei morti stranieri. Di quale nazionalità? Vengono da aree calde della regione, Siria, Egitto, Sudan, Palestina, tutti Paesi dove la protesta delle vignette ha già incendiato le piazze. Nell’articolo del quotidiano al-Jamahiria si legge che «ci sono numerose persone non libiche tra le vittime dei fatti che sono accaduti nella città di Bengasi davanti al consolato italiano venerdì. Fonti hanno scoperto che tra i morti c'è una persona di cittadinanza siriana ma di origine palestinese (il suo nome è Naji Abdullah Kanaan) e un palestinese che si chiama (Ibrahim Abdullah Abdel Latif). Tra i feriti ci sono poi quattro egiziani e sono: Osama Abdel Naser Taha, Mustafa Saad Mustafa, Samih Mahmoud Fouad, Mahmoud Majdi Hasan Ibrahim e ci sono anche due palestinesi Naser Ahmad Shaaban Ziyada e Muhammad Adnan Ulian. È stato trovato anche un sudanese ed è Abu Bakr al-Qala Hamed Mustafa. La fonte ha aggiunto che le operazioni stanno proseguendo per accertare se ci siano altri stranieri tra i morti e i feriti».
La presenza di dimostranti stranieri tra le vittime, rafforza il quadro degli analisti che stanno lavorando su uno scenario del tutto differente rispetto a quello del casuale incidente. La protesta era diretta da una mente che voleva provocare l’incendio ma - con la torcia ancora in mano - non aveva previsto la reazione violenta delle forze di sicurezza libiche.
Nel corteo - rumoroso ma comunque pacifico - a un certo punto si è innescata una incontrollabile reazione a catena. A confermare questo scenario inquietante sarebbe il reportage dell’inviato in Libia della tv araba al-Jazeera, il quale collegatosi in diretta nel Tg delle 23 ora italiana, da Bengasi ha raccontato che «la manifestazione è iniziata lontano dal luogo nel quale si trova il consolato italiano e riguardava solo la protesta contro le vignette pubblicate dalla stampa danese. Alla fine del corteo, alcuni manifestanti avrebbero saputo delle dichiarazioni del ministro per le Riforme italiano, Roberto Calderoli, ed avrebbero deciso di dirigersi verso gli uffici della rappresentanza diplomatica italiana». La svolta drammatica degli eventi è partita da lontano, da un gruppo di estremisti che volevano creare il caso, una crisi internazionale con uno dei principali alleati degli Stati Uniti.
La ricostruzione degli analisti si appoggia su buone informazioni di gruppi libici residenti in Italia e sulle cosiddette open sources - fonti aperte - che sono sempre più utilizzate con profitto dalle agenzie di intelligence. Un metodo che gli americani - dopo i fallimenti della Cia troppo hi-tech e poco humint (human intellingence) - hanno cominciato a usare con grande successo, tanto che John Negroponte, lo zar dell’intelligence statunitense, ha creato presso la Dni (Directorate of national intelligence) una sezione specializzata nel monitoraggio e analisi di queste fonti.
È proprio grazie a questo metodo che - analizzando le immagini della tv libica trasmesse nel telegiornale delle 22.30 del 17 febbraio scorso - si è scoperto che tra i dimostranti c’erano numerose persone con la barba lunga e i baffi rasi a zero. Salafiti che urlavano slogan islamici come questo: «Con l'anima e con il sangue ti difenderemo o profeta». C’è qualcosa di più inquietante di Calderoli, c’è qualcosa che va ben al di là di una maglietta. C’è un disegno, c’è una mente, c’è una mano. E c’è un Occidente incapace di capire e reagire.