L’assassino di Brenda? Un amico che l’ha tradito

MISTERO Il killer voleva i numeri sul computer: contatti preziosi con persone ricche e potenti

Acqua. Azzurra, come il fondale di fronte a Copacabana. Azzurra come il cielo che non vedo da più di dieci anni. Perché è di notte che vivo. Anzi, come dicono i benpensanti, è di notte che faccio la vita.
Che strana espressione, non trovate? Forse chi svolge il proprio lavoro con i favori delle tenebre amiche non può dirsi uno che vive?
Io vivo, anzi, vivevo di notte.
Ora non più.
Ora che la mia memoria si è spenta, che si è estinta in poche dita d’acqua. Non l’acqua chiara della mia terra lontana. Non colata a picco in una placida pozza corallina o affossata dal turbinio di una cascata amazzonica. La memoria del mio computer si è spenta in un lavandino, mentre, per i capricci di un destino molto meno ambiguo della vita da me condotta, la mia mente e, con essa, la memoria di una vita, bruciava.
Se solo l’acqua dei vigili del fuoco fosse giunta in tempo...
Se solo avessi tenuto la bocca chiusa...
Se solo fossi nata come sono ora e non com’ero prima.
Ora potrei mondarmi l’anima, potrei purificarmi dai torti di un istinto da donna in un corpo da uomo.
In fondo, ho cominciato a essere un peso per questo mondo putrefatto fin da quando ero bambino e giocavo con le bambole, invece che tirare calci al pallone.
A dieci anni, giocavo ancora con le bambole. Quelle che riuscivo a raccattare nelle discariche accanto alla mia favela. Bambole schifose, usate e gettate via così come ho imparato presto che, nella mia vita, sarei stato usato e gettata via. Volevo avere una Barbie, io. Volevo giocare con una Barbie, vestirmi come una Barbie, essere una Barbie.
Così, mi sono trasformata in una Barbie.
Si può fare, basta avere i soldi. Quelli, una volta compresa appieno la natura umana, non mi sono mai mancati. Sono persino riuscito a lasciare il mio paese per andare in paradiso. Già, quello con la «p» minuscola, perché quello vero non lo sto vedendo neppure ora. Forse perché quello in cui sono precipitato è l’inferno. Forse perché di peccati ne ho commessi così tanti che l’assoluzione non me l’ha potuta dare nemmeno il monsignore. Quello che mi ha fatto espatriare, che mi ha trovato un alloggio in un collegio romano, a due passi dal Papa che mia madre amava tanto, voglio dire, il Papa vecchio, quello che adesso è in Paradiso. Lui sì in quello con la «p» maiuscola. Ma di monsignori ne ho conosciuti diversi. Sotto la tonaca sono come tutti gli altri. Non come me. Io sono speciale. Anche i politici sono tutti uguali. Sotto l’abito elegante, che portino la cravatta rossa o blu, sono tutti uguali. Qualcuno dice che sono degli sporcaccioni. Io la vedo diversamente.
Perché un uomo deve per forza essere uno sporcaccione se ha voglia di affetto? E quelli, o quelle, a seconda di come preferite, come me sanno dare un sacco di affetto. Affetto che le mogliettine dei politici non sanno dare, affetto che i santi e le madonne non sanno dare, affetto che le fidanzate dei tanti uomini che hanno il mio numero di telefono non sanno dare.
I numeri di telefono. Già, forse chi ha innaffiato d’acqua il mio computer intendeva cancellare insieme alla memoria anche quelli. Ce n’è un bel campionario. Calciatori, amministratori locali, parlamentari e ministri, religiosi, attori, maestri di scuola e professori universitari, manager e industriali e via discorrendo. Ci sono anche alcune donne, bellissime donne, cioè donne in tutto e per tutto e senza appendice. Pare che andare con un trans vada di moda anche per le donne che non hanno ancora capito bene da che parte stare.
Io l’ho capito benissimo. A me piace stare in mezzo.
Come la Democrazia cristiana.
Come l’oro alle olimpiadi.
Come Cristo in croce.
Come Vavà con Didì e Pelè.
O forse i numeri di telefono non c’entrano niente e ha ragione il povero procuratore che sta seguendo le indagini. C’entra la mia passione per foto e video.
Già, direte voi, come si fa a essere tanto stupidi? Tenere foto e video in un computer, accanto a nomi e numeri di telefono di persone tanto importanti? Perché a me piaceva soprattutto dare affetto a quelli importanti. Sapete, importanti dalle mie parti significa abbienti. E i signori che venivano a piangermi sulla spalla o che venivano a fare i porcellini a casa mia avevano sempre le tasche belle gonfie. Gonfie di soldi e non solo di ardore.
Meno gonfie quando se ne andavano. Ma zeppe di affetto e ritrovata serenità.
Me lo dicevano i miei colleghi di smetterla di filmare.
Uno in particolare, uno che credevo mio amico. Sbavava di invidia. Lui tutti quei nomi del bel mondo se li sognava. Io, invece, avevo classe e contatti da vendere.
Poi, un bel giorno, sono arrivati tre brutti ceffi che mi hanno trattata peggio di come mi trattavano in Brasile. Avevano la divisa. E dire che pensavo di essermi lasciata alle spalle tutte quelle brutture. Invece, mi hanno convinta che era il caso di continuare a praticare la mia creatività filmica.
E così ho fatto, senza troppe domande.
Gli stava a cuore uno dei miei ciccini, un bravo ragazzo, sapete. Magari, adesso sua moglie non la vede più tanto in quel modo, però era uno davvero a posto, mi copriva di baci e di regali, voleva sempre me.
Era di casa e quasi quasi lo consideravo un fratellino, anche se era più vecchio di me.
Proprio lui devo filmare?
La domanda l’ho fatta una volta sola.
È bastato uno sguardo e ho capito che era meglio lasciar perdere.
L’ho filmato e ne è nata una storiaccia. Inutile che ve la stia a raccontare di nuovo. Già stavo di merda prima e quella vicenda mi ha davvero abbattuta. Perché anche noi trans abbiamo un’anima, per quanto lercia di segreti serbati a fatica e di peccati della carne. Un’anima troppo pesante per un corpo come il mio. Non ce l’ho fatta più. La notte ha smesso di essermi amico. Hanno cominciato a molestarmi guardoni e ragazzini sbronzi in cerca di emozioni facili, squadracce di tipi tosti alla ricerca di un bersaglio succulento, addirittura madri di famiglia in viaggio premio nei quartieri a luci rosse.
Attività lavorativa di notte e pastiglioni di giorno.
Il crollo. Ho deciso. La faccio finita.
Ma il computer no. La memoria no. Quella resta. Deve restare. Per stabilire la verità. Per il mio onore, per l’onore dei miei clienti.
Non lasciate che vi mettano le fette di salame sugli occhi.
Non l’ho infilato io il mio pc nel lavandino. Il fuoco non l’ho appiccato io. Io ho preso le pastiglie, ma l’autopsia stabilirà la verità forense.
Perché in Brasile, la diffidenza è come il cellulare: meglio portarsela sempre appresso. Di amicizie chi fa la mia vita non ne ha. Non ha famiglia, non ha nulla. Solo un corpo. Chissà se quella che credevo mia amica ora se la sta spassando con i miei clienti, i miei ciccini assetati di affetto? Perché ho la sensazione che il pc nell’acqua glielo abbia messo lei.
Per il resto, niente acqua in paradiso, niente barriere coralline e cascate equatoriali.
Solo tanta gente in paradiso e pure parecchi volti noti.
O forse è all’inferno che sono finita.
Non l’ho ancora capito.