L’Assassino cambia maglia dopo 50 anni La storica gestione lascia il «covo dei milanisti» dove oltre a mangiare si discuteva di sport e politica sino all’alba Ai suoi tavoli in mezzo secolo si è seduto il mondo: attori e calciatori, giornalisti e ind

«Una sera Nereo Rocco, Nicolò Carosio e Gipo Viani sono rimasti qui fino alle sei della mattina. Mangiavano, bevevano e, soprattutto, parlavano di calcio. Io non stavo più in piedi dal sonno e gli ho detto: “Ragazzi vi lascio le chiavi e vado a dormire, fra due ore io devo tornare ad aprire”. Sono usciti con me e quando sono tornato ho trovato Rocco e Carosio che dormivano sui gradini del ristorante. “Ti aiutiamo a fare le pulizie” mi hanno detto».
Parole e ricordi di Lino Morganti gestore storico, prima assieme a suo cognato Ottavio Gori (il fondatore scomparso nel 1994), poi con il nipote Lamberto de “L’Assassino”, uno dei luoghi classici della ristorazione milanese.
Adesso la famiglia ha detto basta e ha passato la mano. L’Assassino resta ma, evidentemente, non potrà più essere lo stesso. Non tanto sul piano prettamente gastronomico quanto per quell’atmosfera fatta di ricordi e di sentimenti che Lino e Lamberto si portano sulle spalle e che trasformano un ristorante in un luogo dell’anima.
Lo aveva aperto nel 1951, in via Amedei 8 (dov’è tuttora) all’interno dello storico palazzo Recalcati, Ottavio Gori, toscano di Fucecchio. Che si mise a far concorrenza al fratello maggiore Pietro che, nel 1938 aveva aperto un altro notissimo ristorante, “Alla collina pistoiese”. Ed era concorrenza a tutto campo perché mentre uno dei figli di Pietro, Bobo, si era dedicato al calcio ed era diventato centravanti dell’Inter, Ottavio, che in precedenza aveva gestito il Circolo del Milan in corso Venezia, aveva trasformato subito l’Assassino in un covo di milanisti. E di giornalisti. Per me, all’epoca giovane cronista sportivo del “Corriere della Sera“, la cena domenicale in questo ristorante era diventata un rito. Il nostro caporedattore - Lorenzo Pilogallo prima, Mario Gherarducci poi - si offendeva se qualcuno disertava questa specie di riunione di redazione a tavola imbandita; era giustificata soltanto l’assenza di chi era andato in trasferta in una città abbastanza lontana da non consentirti di tornare in tempo. All’epoca i giornali chiudevano molto più tardi di adesso, mai prima di mezzanotte e quando arrivavamo il locale era praticamente chiuso. Dentro ci potevi trovare solo qualche vecchio giocatore del Milan, qualche dirigente, spessissimo Felice Colombo, il presidente del decimo scudetto rossonero (1978-79) ma anche della retrocessione in B per lo scandalo del Totonero (che a lui costò la squalifica a vita), qualche collega di altri giornali. Il pubblico, a quell’ora, col ristorante ormai a porte chiuse, era questo. Ottavio, Lino e Lamberto andavano avanti e indietro dalla cucina e partecipavano alle discussioni. Ma non si mangiava soltanto, si lavorava anche: «Ma lei lo sa che a un suo collega detti io la notizia che Paolo Rossi sarebbe andato al Perugia? Non ci credeva, scommettemmo una cena da Giannino, vinsi io».
«E da qui è passata davvero tutta la Milano, anzi tutta l’Italia che contava» ricorda ancora Lino Morganti. «Indro Montanelli (toscano di Fucecchio come Ottavio Gori) era un nostro cliente. È stato il più grande giornalista e il più grande simpatico che io abbia mai conosciuto. Magari arrivava qui con la faccia scura, poi si sedeva, la gente cominciava ad alzarsi per salutarlo, per fargli delle domande e lui si scioglieva; parlava con tutti, era sempre brillantissimo, la gente e noi, stavamo ad ascoltarlo affascinati».
«E nostri clienti erano anche Johnny Dorelli, Walter Chiari, la Betti, la Vanoni… Caterina Caselli si è sposata qui. E poi il Milan, Rocco e Viani erano qui mattina e sera, Sani e Schiaffino avevano i loro tavoli fissi, come Colombo e Farina. A Maldini abbiamo dato il latte da quando è nato. Ma qui venivano anche Angelo Moratti e Italo Allodi e, le confesso, io ero un simpatizzante dell’Inter. E poi c’erano i politici: Craxi, Nilde Jotti, Almirante che era un tipo spassosissimo, Berlinguer, con cui una volta abbiamo tirato le tre di notte a mangiare e bere. A tavola sono tutti uguali, politici, calciatori, attori, giornalisti, cantanti, industriali. Anche se con voi giornalisti c’è sempre stato un rapporto speciale».
Ma allora perché strappare un’altra pagina della vecchia Milano? «Perché mandare avanti un ristorante come questo è faticoso, alle sette devi essere al mercato e poi si lavora fino all’una di notte; è un peccato, lo so; per un po’ lavori anche se sei in pensione, poi smetti. Cos’è cambiato in questi sessant’anni? Sono cambiate le persone. Allora il sabato sera e la domenica c’erano tavolate di amici, di parenti, intere famiglie, la gente, attorno a una tavola, si sentiva più unita. Che cosa sia successo non lo so, ma la gente è cambiata».
«Che cosa mi resta di questo mezzo secolo trascorso qua in via Amedei? La soddisfazione di aver visto il mondo seduto ai nostri tavoli».