L’assassino della porta accanto

Il balordo e la vecchietta. Un’altra storia molto nera e molto italiana, da affrontare mollemente adagiati nelle nostre sedie a sdraio, aspettando le magie del ferragosto. Rispetto ai classici del genere, bisogna però subito sbaraccare un paio di stereotipi che solitamente recitano sulla macabra scena.
Prima, il balordo: non viene da lontano, non è extracomunitario e non è neppure clandestino. È tutto nostro, fatto in casa, carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. Discendente della stessa stirpe. Semplicemente, un grandissimo farabutto.
E poi la vecchietta. Aboliamolo subito, questo tremendo vocabolo, che sa di figura umana terminale, o marginale, o menomata. Qualcosa o qualcuno che si possa tutto sommato eliminare con minore orrore e minore colpa. No, alla sua bella età di 77 anni, la signora Antonietta era una dolcissima, vitalissima, allegrissima donna d’Italia, con un sacco di aspettative sul futuro e un’invidiabile saggezza nel profondo dell’animo.
Antonietta non era nonna perché non ha mai avuto un marito, dunque neanche un figlio, dunque nemmeno nipoti. Viveva da sempre con la sorella Franca, più giovane di qualche anno, formando una tenera coppia di zitelle per niente acide, amate dai compaesani e dai vicini di casa come gloriose e indomabili zie.
Da ragazza, Antonietta aveva lavorato in tessitura, sempre a Desio. In questo luogo era nata e da questo luogo non se n’era mai andata. Qui aveva costruito il suo mondo piccolo, qui aveva tutto quello che le serviva. Una trentina d’anni fa, i genitori avevano comprato l’appartamento al primo piano nella decorosa palazzina di via Villoresi, quartiere San Vincenzo. Una decina di famiglie, lentamente diventate quasi una famiglia sola. Gli inquilini ricordano quando l'anziano signor Mariani, padre di Antonietta, metteva la sedia sul pianerottolo e dava la voce a questo e all’altro. Faceva molto caseggiato di estrema provincia, come un derivato diretto dell’antica corte, con tutte le connessioni e gli intrecci umani che la modernità si è poi velocemente portata via.
Anni fa i genitori erano infine mancati. Prima la mamma, poco dopo il papà. E le due sorelle si erano ritrovate da sole, ma ancora una volta insieme, ad affrontare anche la terza età, così come avevano affrontato tutte le stagioni della vita, a partire dall’epoca dorata dei primi sogni e delle prime delusioni. Nel tempo, avevano costruito un’armonia. Sì, non bisogna esitare a definire così le esistenze anonime e defilate di questa nostra nazione, ultimamente sbiellata nella contemplazione delle armonie finte e recitate di tante riviere mondane. A Desio, nella palazzina numero uno di via Villoresi, c’era la semplice felicità e il sano equilibrio di chi si accontenta. Di chi sa godere delle cose normali. Franca sa cucinare benissimo, Antonietta amava camminare. Così, si erano organizzate tipo società per azioni, ciascuna con il proprio posto e il proprio ruolo: una stava in casa a trafficare, l’altra affrontava dei chilometri per andare al cimitero dai genitori e tornare carica di sacchetti della spesa. Proprio come l’altro giorno, maledizione...
Racconta adesso Veronica, la ragazza del piano di sopra: «Stavano benissimo insieme. La signora Antonietta, per me, era proprio come una zia. Sapeva trovarmi la parola giusta, aveva un’intelligenza molto acuta. Era una donna straordinaria. Mi manca già così tanto». Anche la mamma di Veronica, la signora Adele, parla come di una parente strettissima e amatissima: «Suonava alla porta, veniva a chiedere qualche consiglio, magari su documenti o questioni burocratiche. Entrava in questa casa e portava la sua vivacità. Antonietta era una persona speciale. Direi carica di dignità. Le piaceva stare in ordine: ogni settimana dal parrucchiere, vestiti a posto, un tocco di profumo e tanta pulizia...».
Antonietta e Franca vivevano della loro pensione, senza piagnistei e senza sogni di grandezza. Non andavano mai al mare, non andavano in montagna e non sognavano la crociera. Aggiunge ancora Veronica: «Il loro mondo era tutto qui. La messa la domenica, ogni tanto un tè con qualche amica, e poi la casa. La tenevano come una reggia. Erano contente di stare per ore, la sera, sul terrazzo, chiacchierando tra loro e innaffiando i gerani».
In questa vita che sa di lavanda e d’acqua di colonia, in questa sacra e intoccabile armonia privata, ultimamente si era insinuata un’ospite invisibile e indesiderata: la paura. Racconta la vicina: «Ascoltavano i servizi in televisione e restavano turbate. Antonietta mi diceva: ha visto? Che cose, al giorno d’oggi... La sera chiudeva le finestre e la porta a doppia mandata. Sentendo dei militari per strada, si era mostrata molto contenta: li mandassero anche qui, diceva, con tutti i balordi che ci sono in giro...».
Antonietta era una donna che oggi merita molto rispetto e molti rimpianti. Non una vecchietta in disarmo: una donna nel pieno degli anni. Fiera, nobile, dignitosa. Una bella persona. In un desolato giorno d’agosto, il farabutto in moto ha annientato la sua umile e intoccabile armonia. Vediamo adesso che cos’è capace di inventarsi la nostra fantasiosa e cervellotica giustizia umana. Zia Antonietta, la zia che tutti quanti vorremmo avere, non merita un altro scippo mortale.
Cristiano Gatti