L’asse pm-stampa che ha rovesciato Tronchetti

Caso Telecom, la verità dopo tre anni di indagini e finti scoop:
l’allora presidente non c’entrava nulla. Ma intanto il gruppo è passato
ad altre mani. Dalla fantomatica centrale di intercettazioni SuperAmanda alle mille
voci sul suicidio del dirigente Bove. Ecco il retroscena di
un’inchiesta particolare

Tre anni di indagini sulle presunte intercettazioni Telecom, non hanno portato ad alcuna richiesta di rinvio a giudizio per i vertici di quella che allora sembrava la Spectre di un’Italia delle banane. Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora non sono neanche indagati. Nessuna intercettazione telefonica, nessuna omessa vigilanza, nessuna responsabilità diretta. Niente di niente. Discorso diverso per la banda di dipendenti infedeli, guidata da Giuliano Tavaroli, che avrebbe gestito per fini privati security e quattrini della Telecom. Telecom e Pirelli, che si ritengono danneggiate dall’intera vicenda, nelle prossime settimane rilanceranno, costituendosi parte civile nel processo (oggi sono invece indagate per responsabilità oggettiva).
La storia delle «intercettazioni di Tronchetti» è una storia allucinante: in cui l’impasto di carte di Procura, media solerti e politici ostili crea le condizioni per il passaggio di mano della principale società di servizi italiana. Il Giornale ha sempre sentito un gran puzza di bruciato e già due anni fa denunciava l’inconsistenza dei venticelli accusatori: conviene oggi fare il punto su questa storia di spioni, dipendenti infedeli, intercettazioni che non ci sono, suicidi e titoli strillati.
SUPERAMANDA
Tutto nasce da un’indagine dell’inizio 2005 della Procura di Milano e da un contemporaneo articolo dell’Espresso. I contorni dell’inchiesta mutano nel tempo, ma finiscono nell’individuazione di una rete (si scoprirà poi) di ex carabinieri, investigatori, giornalisti free lance e dipendenti Telecom che avrebbero utilizzato informazioni riservate a fini di lucro. L’indagine procede parallelamente (si fa per dire) sulle testate del gruppo De Benedetti, che però mettono nel mirino la preda più ambita: Tronchetti. L’espresso a inizio 2005 parla per la prima volta di SuperAmanda: una gigantesca, sofisticata e incontrollata centrale di ascolto che avrebbe permesso a Telecom di «intercettare le telefonate degli italiani». Nonostante decine di smentite ufficiali (comprese quelle rilasciate al Copaco da Guido Rossi, che sostituì Mtp) si insinua l’idea che in Telecom si potessero liberamente registrare le nostre conversazioni. Semplicemente falso. SuperAmanda e le foto di ipotetici scaltri uomini Telecom con la cornetta all’orecchio sono stati una costante della stampa e tv per almeno due anni. I magistrati in più occasioni ne hanno contestato l’esistenza, i giornali invece hanno indugiato poca grazia.
INTERCETTATI
Il venticello della calunnia è caldo e confortante per i tanti nemici che evidentemente la gestione Tronchetti si è fatta da quel settembre del 2001, quando Telecom fu comprata per circa 7 miliardi dalla razza padana (Gnutti e Colaninno). La falsità di SuperAmanda continua a circolare alla grande, pur senza alcun riscontro. Si inseriscono due circostanze vere di intercettazioni: quelle che riguardano i furbetti del quartierino (Fiorani, Fazio e soprattutto le 1.942 intercettazioni autorizzate sull’utenza di Consorte) e lo scandalo del Calcio (Moggi & Co.). Si crea così un grande polverone in cui le intercettazioni, regolarmente autorizzate, si confondono con la supposta esistenza di Super-Amanda. Repubblica del 21 gennaio 2006: «Unipol, due piste per le talpe. Su Finanza e SuperAmanda i dubbi per le intercettazioni». Insomma una struttura partorita dalla fantasia giornalistica si appoggia sulla realtà di intercettazioni disposte dai magistrati. Tronchetti aveva cercato invano di tirar fuori anche la pur minima zampetta dalle intercettazioni e con una lettera ai ministeri di Giustizia, Comunicazioni e Interni aveva chiesto che Telecom fosse esclusa, anche solo per la sua competenza operativa, dalle attività di intercettazioni disposte dalle Procure. Troppo tardi: la macchina infernale è partita. E all’interno di Telecom c’è comunque qualcosa che non gira per il verso giusto.
I SERVIZI SEGRETI
Come si scoprirà l’uomo della security Telecom, Giuliano Tavaroli, un ex carabiniere dei Ros, aveva messo in piedi una rete di «spionaggio privato», ma nel contempo era un collaboratore molto stimato di una parte dei servizi segreti militari. Come si capirà in seguito, c’era però una parte dello Stato che non si fidava, ma che comunque aveva necessità di avere un rapporto con Telecom. Entra in gioco Adamo Bove, ex poliziotto nella squadra degli agenti che arrestano il boss camorrista Sandokan, e dirigente Telecom, che si suicida nel 2006. Solo pochi mesi prima la Digos aveva chiesto a Bove, in via riservata e non ortodossa, i nominativi di quattro utenze di telefonia mobile. Una procedura grazie alla quale la polizia individuerà quattro uomini del Sismi coinvolti nel rapimento dell’imam Abu Omar. In Telecom si intrecciano molte storie. Una privata in cui Tavaroli e suoi compagni mettono in piedi una rete di spionaggio privato: dossier su tutti e con i mezzi più disparati. Dai tabulati telefonici (nessuna intercettazione) alle visure fiscali. Una parte dei servizi segreti nel tempo si sarebbe servita per fini istituzionali di Tavaroli, forse inconsapevoli di questa sua attività «commerciale». Un’altra parte dello Stato invece non si sarebbe fidata di Tavaroli tanto che, con metodi altrettanto eterodossi, si è affidata a Bove. Un pasticcio ancora tutto da svelare, ma nato e cresciuto in una Telecom dei vecchi tempi. Materiale per condire con spezie ancora più piccanti il ruolo di Tronchetti: «Due dipendenti Pirelli tra i rapitori dell’Imam», titola a luglio del 2006 la Repubblica. Insomma la battaglia tra i servizi fa emergere il ruolo infedele di Tavaroli e si porta appresso il fango su Tronchetti.
LE CORNA

DI BIANCHI
In questo clima avvelenato, la Telecom riceve la denuncia del «Signor Bianchi». Bianchi era entrato in possesso di un tabulato con le telefonate che aveva fatto alla sua amante e invece di tacere e subire il ricatto apre un fronte con Telecom e chiede legittimamente come sia stato possibile che qualcuno fosse entrato in possesso di informazioni così riservate sul suo conto. È un nuovo capitolo. All’interno di Telecom ci sono un paio di computer, installati dal 1999, con i quali è possibile stampare i tabulati delle telefonate di qualsiasi utente senza che ci sia traccia di chi fa tale richiesta. Era stato originariamente concepito come un sistema antifrode. Si tratta però di un buco informatico micidiale e utile a quei dipendenti infedeli che avessero voluto impropriamente costruire dossier e schedature. Non sono intercettazioni, ma è comunque un’attività evidentemente illegale. A giugno del 2006, Tronchetti denuncia alla magistratura l’esistenza di questo apparato (si chiama Radar) e avvia le procedure interne per la modifica. Si riapre però il vaso di Pandora delle «intercettazioni di Tronchetti»: è ininfluente che egli stesso lo scopra e lo denunci. Così come ininfluente è la circostanza che Radar non intercetti un bel nulla. La scoperta alza definitivamente il velo anche sul ruolo di Tavaroli e compagni. E soprattutto la posizione di Mtp subisce un colpo: il terreno era stato costruito con grande perizia perché al primo smottamento franasse. E Radar e Tavaroli sono un terremoto.
UN DEBITO SENZA RETE
Le vicende giudiziarie, i suicidi, e i veleni sui giornali fanno però da contorno a una battaglia ingaggiata con il governo Prodi molto velenosa. Il governo Prodi in economia non scherza: proprio ai soci di Tronchetti, i Benetton, ha impedito di fare un’alleanza con le autostrade spagnole. E per Telecom c’è un peccato originale. Si chiama debito, è quello con cui Colaninno e Gnutti si erano comprati Telecom. E che è ovviamente rimasto sui libri della società. Il debito diventa, secondo i media, insostenibile. Poco conta che fosse sceso dai 43,4 miliardi del settembre 2001 (quando Tronchetti comprò) a 37,3. E poco conta che nel frattempo (con una mossa che con il senno di poi si è rivelata fatale) Telecom si fosse comprata tutta Tim (con un esborso da 14 miliardi a beneficio dei piccoli azionisti). Tronchetti è ormai segnato, il debito è certamente pesante, ma non è una novità. Cerca una accordo con Murdoch, che alla fine getterà la spugna dicendo: «Troppa politica». Le intercettazioni sono vere solo sulla carta dei giornali, ma svolgono bene il loro mestiere propagandistico. L’ultimo tentativo è quello di stringere un’intesa industriale con gli spagnoli di Telefonica, cedendo il 10% del capitale. In questo caso saranno una polemica sull’italianità di Telecom e l’ostilità di Guido Rossi (nel frattempo nominato amministratore delegato di Telecom proprio da Tronchetti per crearsi uno scudo giudiziario) a bloccare tutto. Intanto il governo Prodi decide con un decreto (firmato da Bersani) di dare più poteri all’Authority per le comunicazioni al fine di separare la rete fissa da Telecom. Gira anche un piano più o meno governativo (scritto da Rovati) che prevede una soluzione alternativa e cioè la separazione societaria della rete e l’affidamento a non precisati nuovi soci (la mano pubblica?). È scacco matto per Tronchetti. Poco importa che le intercettazioni non ci siano mai state. Poco importa che oggi il socio forte di Telecom sia proprio quello spagnolo che si temeva. Poco importa che il problema della rete oggi sia marginale. Telecom non è più Tronchetti. Giustizia è fatta.