L’assessore comunista e il prete guidano i ribelli

Don Colmegna e Francesca Corso accompagnano i rifugiati in via Vivaio: dormiranno nell’aula del consiglio

«Tutti a Palazzo Isimbardi». La proposta che convince i rifugiati di Eritrea, Etiopia e Sudan arriva da un accordo tra don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità, e il presidente della Provincia Filippo Penati. Dopo qualche perplessità, sul sagrato di piazza Duomo passa la linea delle associazioni: «L’unico modo per costringere il Comune a trattare sulla scuola di via Saponaro 40 è usare l’aiuto della Provincia». Sacchi, coperte, valigie. I 178 immigrati si alzano e seguono don Colmegna e l’assessore provinciale alle Politiche sociali Francesca Corso fino all’ingresso che dà su corso Monforte.
«Passeranno la notte qui - spiega il presidente della Casa della Carità -. Non volevamo che restassero al freddo. Insieme al presidente Penati abbiamo trovato questa soluzione umanitaria. Ringrazio la Provincia. Da domani chiediamo al prefetto Lombardi di riunire Provincia e Comune insieme alle associazioni che hanno seguito la vicenda. La proposta della scuola dimostra che esistono altre vie». Intorno a mezzanotte si chiude a Palazzo Isimbardi la lunga marcia, con gli immigrati che occupano tutto il piano terra, sala consiliare compresa. Marcia iniziata dalla Protezione civile di via Barzaghi, dove i rifugiati hanno trascorso la giornata. Due ore di cammino alla rottura delle trattative: una manifestazione spontanea nata dopo il rifiuto da parte di Palazzo Marino alla soluzione della Provincia (la scuola di via Saponaro) e il no dei rifugiati ai ricoveri del Comune.
Tensione si è registrata mentre gli immigrati cercavano di uscire dalla sede della Protezione civile ostacolati dalla polizia. Alle 19 il via libera delle forze dell’ordine. E il corteo, composto da tutti gli immigrati in pochi istanti, ha imboccato viale Certosa. Una marcia pacifica, con il gruppo che ha occupato la carreggiata centrale scandendo slogan inneggianti a Ginevra (dove ha sede l’Acnur, l’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati) e alla casa. Circolazione bloccata e un solo momento di paura. Al civico 273 di viale Certosa quando una camionetta della celere ha rischiato di investire alcuni immigrati che camminavano a centro strada.
I rifugiati hanno proseguito compatti, avvolti in sciarpe e coperte, con le loro «case» sulla testa o sulle spalle (una valigia, un sacco a pelo, stoviglie, vestiti). Una scena surreale, seguita con stupore dagli automobilisti, dai milanesi alle finestre e dai passanti, sempre di più man mano che il corteo ha raggiunto il centro attraverso corso Sempione e via Dante. Una volta in Duomo i rifugiati si sono sistemati, pronti a trascorrere la notte. Poi la svolta.
I 233 immigrati avevano lasciato via Lecco poco dopo le 7,30 di ieri. Complici la stanchezza e la fitta nevicata si erano convinti. Dopo qualche momento di tensione erano saliti sui cinque pullman dell’Atm. I mezzi, scortati dalla polizia, sono arrivati in via di Breme, nel «villaggio» di container allestito dal Comune intorno alle 10. In 55 hanno scelto di sistemarsi nei moduli blu, stanzette da 13 metri quadrati e sono rimasti lì anche in serata. Gli altri, 178 in tutto, sono stati trasferiti nel salone della protezione civile di via Barzaghi, dietro al cimitero Maggiore.
L’assessorato ai Servizi sociali, con Angelo Menegatti, il dirigente di Palazzo Marino che ha gestito l’emergenza sul campo, ha formalizzato le proposte ai rifugiati. Via di Breme fino a esaurimento degli spazi (100) più i ricoveri di via Pucci (50 posti), via Anfossi (50) e viale Ortles (50). In aggiunta sarebbero disponibili 20 letti in appartamenti a Legnano. Tra gli immigrati è iniziata la discussione per concordare una risposta alle offerte. L’accordo si è trovato in pochi minuti: «Non vogliamo vivere nei container, stamani siamo saliti sui bus per evitare scontri con la polizia, siamo persone pacifiche - traduce per i giornalisti Samir, un marocchino che lavora come volontario -. Noi vogliamo una scuola o un palazzo dove vivere tutti insieme. Ora chiediamo alla Provincia di farsi carico delle nostre richieste, visto che il Comune e le istituzioni non ci hanno aiutato». E Palazzo Isimbardi ha risposto.