L’assurda aritmetica del quorum

Franco Battaglia

I politologi analizzeranno con dovizia di particolari e nei più impensabili dettagli i risultati del referendum che si è appena concluso. Noi, che oltre a non essere politologi siamo anche anime semplici, osserviamo solo un fatto: gli italiani determinati a voler cancellare la legge 40 si son rivelati essere circa il 23 per cento. Punto. Naturalmente non mi aspetto che né il giovanotto in carriera Capezzone, né Pannella, la cui meno giovane età non pare ne abbia frenato l’istintivo livore, ammettano questo incontestabile fatto: quella presunta maggioranza-nel-paese difforme dalla maggioranza parlamentare si è rivelata, appunto, solo presunta, e si è anzi dimostrata essere una schiacciante minoranza. Che rimane tale anche se vi fanno parte i leader Prodi, Bertinotti, Fassino, D’Alema e Fini. E aggiungerei Pecoraro Scanio, se a chiamarlo leader non mi coprissi di ridicolo.
Ora che tutto è finito, c’è da augurarsi che avvengano tre cose, ciascuna di importanza diversa. La meno importante di tutte - perché lapalissiana, dopo l’esito del referendum - è che la legge 40 sia trattata come ogni altra legge dello Stato: migliorabile.
La seconda cosa è, come ha osservato Mario Cervi, anche la più urgente: rivedere l’istituto referendario. Cosa da fare per il bene di tutti (escluso il bene, forse, di coloro che hanno trasformato il referendum da mezzo a fine, avendone fatto la loro ragion politica). Come ho già avuto modo di scrivere, l’assurdità del nostro referendum è immediatamente evidente se solo si pensa che se fossero andati a votare altri 13 milioni di elettori e avessero votato, che so, 8 milioni «no» e 5 milioni «scheda bianca» (cioè neanche un sì in più), si sarebbe dovuto dar seguito alle abrogazioni richieste.
Il nostro referendum abrogativo - mi ha spiegato un costituzionalista - è nato per sciogliere l’eventuale dubbio che una legge, voluta o mantenuta da una maggioranza parlamentare, sia invece non gradita alla maggioranza del Paese. Ma, con le attuali regole del referendum, può benissimo accadere che, senza che quel dubbio venga sciolto, una legge sia abrogata lo stesso: da una minoranza, che può scendere sino al 25 per cento degli elettori.
Varrebbe forse la pena, se possibile, lasciare ai referendari l’onere di dimostrare di essere essi maggioranza-nel-paese, e rendere valida l’abrogazione solo se si sono espressi a favore la metà più uno degli aventi diritto al voto: il referendum si userebbe con maggiore parsimonia, e solo per le questioni immediatamente intelligibili dalla gente e in caso di concrete prospettive di successo. Qui non c’entra né la politica né la giurisprudenza, ma l’aritmetica: ecco perché non sono andato a votare - mai - a nessun referendum, anche quando avrei desiderato l’abrogazione. Fu il caso dell’aborto: in cuor mio ero a favore dell’orrenda pratica; ma ero anche giovane e sciocco, allora.
E riguarda proprio l’aborto la terza cosa che mi auguro avvenga. A dire il vero, sarebbe - secondo me - la più urgente di tutte, ma mi rendo conto di essere in minoranza e la dico solo per amor di completezza. La legge 40, anche se non giuridicamente, è logicamente in contraddizione con la 194 sull’aborto, come i referendari hanno fatto osservare, incluso il professor Veronesi.
Ma, se ci si appella alla logica, bisogna farlo con onestà intellettuale e sino in fondo. In particolare, dalla contraddizione tra la 40 e la 194 non ne segue, necessariamente, che sia la 40 a dover essere modificata: forse è la 194 che andrebbe modificata in modo da risolvere la contraddizione. Tanto più che non credo esista alcun medico disposto a sostenere che la soppressione di un feto di tre mesi non equivale alla soppressione di un bambino, cioè ad un omicidio: la 194 è in contraddizione anche col divieto d’uccidere.
Nessun medico, dicevo, con l’eccezione, forse, del ginecologo Carlo Flamigni, che ha dichiarato che «un embrione diventa persona quando sua madre l’accetta nel grembo». Tanto di cappello al professore di ginecologia, ma - me lo lasci dire - poco ferrato in logica: ci si può sbarazzare dell’embrione perché non è persona, e l’embrione non è persona perché ci se ne vuole sbarazzare. Una svista, si dirà: ma sono quelli come Flamigni che fanno la bioetica in Italia.

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