L’astensione è un’arma politica contro il quorum

Gianni Baget Bozzo

La Conferenza Episcopale italiana ha rifiutato il fatto che la vita venisse messa ai voti, scegliendo con coraggio la strada dell’astensione, ed evitando così una guerra di religione tra il sì e il no. Ha scelto di annoverare tra i suoi sostenitori anche la fila dei vacanzieri e dei demotivati, sfidando il moralismo di coloro che, anche nella Chiesa, volevano dalla gerarchia il comodo ruolo del «no» duro e puro. Ritenendo un danno alla vita la cancellazione della legge, la Conferenza Episcopale ha scelto di combattere un referendum politico coi mezzi della politica, e cioè con il mezzo politico che distrugge i referendum come tali, cioè l’astensione. Ha scelto di combattere l’avversario non con le proprie armi, ma con le armi dell’avversario. A sfida politica in forma religiosa, la Cei ha risposto con scelta religiosa in forma politica. La Cei può vincere o perdere questa battaglia. Se la vince, si troverà di fronte a una crociata contro la Chiesa «oscurantista», se la perde si troverà di fronte il dileggio per aver perduto.
Tuttavia, la Chiesa italiana ha fatto un gesto coraggioso e non si è mascherata dietro la sottile ipocrisia di salvare l’anima dicendo di «no». Avrebbe avuto la lode di tutti, compresi gli scienziati e i Radicali, ben lieti di una Chiesa che si mette fuori gioco e non combatte con le armi del mondo: cosa che le è stata fortemente rimproverata.
Il cardinale Ruini si è dimostrato un grande uomo di Chiesa e un grande stratega, e lo rimarrà anche se il giorno del referendum dovesse piovere e gli italiani non andassero al mare.
Ma quel che più conta, oltre al coraggio del cardinale Ruini, è stato il fatto che il Papa abbia citato il referendum nel suo intervento all’assemblea generale della Conferenza Episcopale italiana. Era già pronta, ed è stata anche tentata, persino da D’Alema, la distinzione tra la posizione del Papa e quella della Conferenza Episcopale, ma il testo del Papa era troppo chiaro.
Con Papa Ratzinger la Chiesa entra in guerra contro il mondo del relativismo, non più coperta dal velo di grande popolarità umana che avvolgeva Giovanni Paolo II. Il Papa tedesco deve contare sul rigore delle sue analisi, con la sua magnifica denuncia dell’ideologia dei diritti umani, con la comprensione profonda del fatto che l’ateismo sottile e scientista del XXI secolo è ancora più radicale e pericoloso dell’ateismo materialista e totalizzante del comunismo del XX secolo.
Infine, se guardiamo l’opera del cardinale Ratzinger, essa è una magnifica sintesi, un vero sillabo, degli errori del relativismo, di cui egli ha colto la punta infuocata: in nome della relatività dell’uomo possederne il corpo in modo assoluto, usare la sua vita come materiale per una riprogrammazione infinita.
Benedetto XVI non ha il temperamento conciliante di Benedetto XV, da cui ha preso il nome. Ha capito che l’unico modo con cui si tiene unita la Chiesa (ed anche le Chiese) è quello di affrontare fino in fondo la sfida all’uomo che oggi la scienza e la tecnologia pongono.
La sua è una svolta antropologica, umana, storica e reale ben diversa da quella fasulla della teologia post-conciliare del secolo scorso. Un Papa che sfida il mondo. Certo, era l’ultima cosa che potevamo pensare da un professore di teologia di Tubinga chiamato alla cattedra di Pietro.
Lo Spirito Santo e la storia hanno sempre capacità di sorprendere. Forse questo coraggio eviterà, in Italia, la «zapateriade».
bagetbozzo@ragionpolitica.it