L’Atac in rosso vende i suoi «gioielli»

Alessia Marani

Troppi debiti e l’azienda capitolina dei trasporti vende (o svende) i «gioielli» di famiglia. Il Giornale l’aveva anticipato mesi fa: l’Atac gestita da 14 anni dal centrosinistra a Roma (due giunte Rutelli, altrettante targate Veltroni) anziché risanare i conti, va in bolletta e per racimolare soldi finisce persino per dismettere il suo patrimonio immobiliare. In vendita finisce la storica sede di largo Montemartini, di fronte alla stazione Termini, già abbandonata dagli impiegati della partecipata Spqr che, per la «modica» cifra di circa 2 milioni di euro l’anno d’affitto, occupano tre piani dell’edificio al 131/L di via Ostiense. La cessione dell’immobile in centro, invece, dovrebbe portare nelle case della società capeggiata da Fulvio Vento circa 25 milioni di euro. Un’operazione finanziaria con cui l’Atac cerca di «mettere una pezza» all’avvicinarsi della scadenza della prima rata del maxi-mutuo quindicennale chiesto alla Cassa Depositi e Prestiti per la bellezza di 160 milioni di euro secondo il Piano economico varato per il periodo 2005-2011. Insomma: un affaire tappabuchi...
«Come volevasi dimostrare - afferma Fabio Desideri, capogruppo della Democrazia cristiana al Consiglio regionale che sulla vicenda ha annunciato un’interrogazione consiliare urgente -. Dopo essere stata sgomberata in tutta fretta, Montemartini viene “svenduta” con la altrettanta velocità. Ecco l’ennesimo triste risultato conseguito dall’Atac: l’azienda è costretta ad alienare il suo bene numero uno per andare in affitto. Una parabola discendente che deve far riflettere sullo stato di salute aziendale e sulle capacità manageriali del Campidoglio e dei suoi uomini».
Il 1° agosto 2005 il Consiglio comunale approva la delibera che autorizza il Piano economico finanziario di Atac spa. Un programma propedeutico alla sottoscrizione del contratto di finanziamento con la Cassa Depositi e Prestiti, al fine - sosteneva l’azienda - «di sostenere il processo di riqualificazione del patrimonio strumentale». contemporaneamente, il Comune dà l’ok anche alla ricapitalizzazione dell’azienda per ben 80 milioni di euro, investimento finalizzato «al perfezionamento degli impegni già assunti per il rinnovo del parco mezzi e la manutenzione del patrimonio strumentale e infrastrutturale».
«Quel giorno - ricorda ancora Desideri - l’assessore comunale al Bilancio, Marco Causi, dichiarò che con quella decisione si chiudeva il lavoro di quattro anni svolto dall’amministrazione per il risanamento del comparto del trasporto pubblico locale. E il presidente di Atac, Fulvio Vento rimarcava come con l’approvazione di quella delibera si stessero creando le condizioni per avviare il risanamento economico-finanziario dell’azienda. Per fortuna!».
Passano due mesi. A ottobre il Campidoglio si accorda con la Cassa Depositi e Prestiti per la concessione del prestito in due tranche: la prima, per 76 milioni di euro, entro il mese stesso; la seconda, per 84 milioni, entro febbraio 2008. La restituzione è prevista in 15 anni. Veltroni esulta: «Oggi è una giornata storica per l’Atac. Dopo il risanamento degli ultimi anni, con questi 160 milioni di euro sarà possibile diluire il debito e puntare sullo sviluppo». Sarà. Trascorre un anno e l’Atac fa fagotto e va in affitto. «L’allarme lanciato mesi fa e rimasto inascoltato si è rivelato, purtroppo - conclude Desideri - in tutta la sua cruda realtà: l’azienda dei trasporti per fare fronte ai debiti vende i gioielli di famiglia. La conferma arriva dallo stesso presidente Vento che, candidamente, ha ammesso che “le cessioni (la sede Atac e altre rimesse sparse per la città) saranno una vera e propria boccata d’ossigeno”. Un ottimo piano di risanamento...».
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