L’atleta Quanta solitudine in quei quaranta due chilometri

Corro e mi rendo conto di quanto sia duro e difficile ogni volta spostare il limite della sofferenza cinquecento metri più avanti. E ancora. Corro e capisco che in una maratona piacere e fatica sono quasi sempre due parole che si impastano fino a confondersi. Corro e scandisco i passi con la mente che diventa un metronomo purtroppo sempre troppo veloce quando i muscoli si affaticano e impazziscono. Non c’è compagnia. C’è solo il rumore delle suole delle scarpe, preciso, puntuale che serve a scandire il ritmo fino al traguardo. Si spera. Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri di solitudine assoluta. La maratona è così. Non importa dove sei. Da New York a Trecate, da Londra alla Patagonia alla marcia più sperduta sui monti del Casentino. Non c’è mai nessuno, anche se ti battono le mani, ti incitano, ti dicono di non mollare perché e finita... Un maratoneta si abitua, sorride, ricambia ma tutto gli scivola addosso mischiandosi al suo sudore e all’acqua salata degli spugnaggi. Sa perfettamente che con il passare dei metri e dei chilometri applausi, suoni e rumori si faranno più sordi. Sempre più indefiniti e confusi. Accade tutto in un attimo. La bocca si impasta, le braccia si alzano con più fatica, le gambe cominciano ad appesantirsi e a dolere. Si fanno i conti. Rimani solo col tuo cuore e la tua testa. Che comandano e ti fanno andare avanti anche se tutto il resto grida e si ribella. Cento metri, un chilometro, cinque, dieci... Quale sia la distanza che ti separa dal traguardo non importa. Impossibile capire dove sia disegnata la linea che ti divide dallo zen. La immagini solo tu. Sai che c’è, sai che è un passo oltre lo striscione del traguardo ma non la intravvedi neppure e così dai ascolto alle urla dei tuoi muscoli e rallenti il passo. Ti fermi. Solo un momento però. La testa ordina e riprendi. Sfinito ma soddisfatto, tronfio per non aver mollato, per aver dato prova a te stesso di cosa sai fare. E gli altri? Non esiste nessuno.