L’attacchino che traccia le strategie del Carroccio

«Nella mia vita - ha scritto Bruno Ravera nell’autobiografia autorizzata «Il leghista attacchino» - ho fatto tante cose; ho viaggiato, ho conosciuto persone di ogni genere, mi sono divertito, ho sofferto e amato. Credevo di aver visto tutto, di averle provate tutte...». E invece neanche lui, forse, aveva previsto di essere eletto, a 79 anni, al Senato della Repubblica, un seggio che gli sarà assegnato per l’opzione del capolista Roberto Castelli a favore della nomina in Lombardia. Sarà, per Ravera, l’apoteosi personale di un corso politico che definire movimentato è poco: lui - piemontese di Morbello, nell’Alessandrino, ristoratore di elezione, buongustaio per vocazione, gaudente per disposizione, amante del buon vino e delle belle donne - un giorno, già cinquantenne, si è sentito trafiggere dalla freccia di Cupido. Lo racconta, sempre in quelle «famose» pagine che ne hanno disegnato la figura a tutto tondo: «Ho preso la più grossa cotta della mia vita, mi sono innamorato della Lega». Si siede regolarmente a tavola con Umberto Bossi, traccia le strategie del Carroccio, fa proseliti. Per i seguaci di Alberto da Giussano farà fuoco e fiamme, innanzi tutto facendo confluire nell’allora nuova formazione politica gli amici dell’Union ligure, poi dedicandosi all’organizzazione, alla formazione dei quadri, fino al reperimento della sede, all’aggregazione delle risorse economiche, alla fornitura di bandiere, depliant e manifesti, e ad appiccicare questi ultimi sui muri della città e della regione. Una carica mai esaurita. È storia di ieri: Ravera in campagna elettorale si batte come un leone, fa tre comizi al giorno, gira per le strade e i mercati, suona ai campanelli e ferma la gente per la strada. E se la Lega fa il boom in Liguria, un bel po’ deve dire grazie anche a lui.