«L’attacco all’Italia è una possibilità concreta»

La polizia inglese non crede che il secondo attacco fosse solo una azione dimostrativa

Claudia Passa

da Roma

Non crede che ad attendere Hamdi Adus Issac a Roma ci fosse una cellula di aspiranti martiri in sonno alla quale ricongiungersi per portare la jihad nel cuore della capitale. Ma non per questo il nostro Paese può sentirsi al sicuro: un attentato terroristico in Italia non è più soltanto un rischio. È una concreta possibilità.
Il prefetto Carlo De Stefano, capo della polizia di prevenzione del Viminale, non si nasconde dietro un dito. E nel ricostruire le fasi convulse che hanno portato alla cattura del quarto uomo della mancata strage di Londra dice a chiare lettere che «purtroppo esiste la possibilità di un attentato in Italia. Anche se - spiega - i controlli delle forze dell’ordine devono indurci a considerare il fenomeno con la dovuta consapevolezza e con la certezza che sono stati messi in campo tutti gli strumenti per scongiurare questi atti».
A stretto giro dall’allarme lanciato dal ministro Pisanu, gli addetti ai lavori non gettano dunque acqua sul fuoco. E se a Roma De Stefano non smentisce la possibilità che il braccio armato dell’Islam radicale possa passare dalle minacce all’azione, più a sud gli fa eco Francesco Gratteri, ex capo dell’antiterrorismo e da ieri questore di Bari, che definisce «assolutamente preoccupante» l’attacco di Sharm el Sheikh e ammette che «non saremmo con i piedi per terra se non seguissimo queste vicende con la giusta preoccupazione».
Ieri, intanto, il gip Zaira Zecchi ha deciso che Hamdi Adus Issac e suo fratello Remzi, difesi dall’avvocato Antonietta Sonnessa, resteranno in carcere. Per il mancato uomo-bomba del 21 luglio è stato convalidato il fermo per terrorismo internazionale e detenzione di documenti falsi, mentre a carico di Remzi, in arresto, è stata formulata solo la seconda ipotesi di reato. Per oggi è prevista anche l’udienza di convalida del fermo di Fethi Adus Issac, il fratello «bresciano», arrestato con l’accusa di aver occultato documenti e ora sospettato di falso e favoreggiamento al terrorismo internazionale a causa di un plico sospetto trovato a Fiumicino e subito rispedito a Brescia, che potrebbe contenere il passaporto che Fethi dice d’aver spedito a Roma, oppure qualcosa di più compromettente, o anche di più banale: in tal caso, l’etiope avrebbe comunque mentito.
La Corte d’Appello di Roma, nel frattempo, è in attesa che da Londra arrivi tutta la documentazione necessaria per fissare l’udienza per l’estradizione di Hamdi. Al momento, infatti, sul tavolo del giudice Domenico Massimo Miceli è giunto un incartamento parziale, e c’è tempo fino a domenica per completare la trasmissione. Gli investigatori d’oltre-Manica hanno fretta, e temono che i tempi possano allungarsi: la mancata estradizione dell’etiope potrebbe compromettere anche le indagini a carico dei suoi complici, per accusare i quali Scotland Yard ha solo 14 giorni di tempo. E a quanto pare la polizia britannica non ha nessuna intenzione di sottovalutare la portata dei falliti attentati alla «tube». Quando ieri Hamdi ha ripetuto per l’ennesima volta agli inquirenti che con lo zaino-bomba «non volevamo uccidere nessuno», che si trattava «di un’azione dimostrativa per vendicare i morti in Irak e il clima di odio dopo il 7 luglio», che «gli zaini li aveva preparati il nostro capo», Scotland Yard ha rotto il silenzio e per bocca di un suo dirigente ha mandato a dire che «gli ordigni esplosivi erano riempiti di chiodi affilati come rasoi e di bulloni, e non hanno fatto vittime solo per un banale errore di un artificiere».
Che gli attacchi falliti del 21 luglio fossero potenzialmente letali come quelli andati a segno due settimane prima, lo avevano già detto a chiare lettere sia il ministro Pisanu che il capo di Scotland Yard. A questo punto le ipotesi in campo sono due: o Hamdi mente sapendo di mentire, sminuendo un’azione tutt’altro che «dimostrativa». Oppure - ed è una traccia sulla quale gli investigatori si interrogano in queste ore - il 27enne etiope avrebbe potuto essere un kamikaze inconsapevole, immune dal sacro furore religioso, e scampato per un soffio a un «martirio» che non cercava affatto.