L’attacco all’Italia? Questi inglesi sono ancora razzisti

L’autore della vignetta su Berlusconi pubblicata dal Times on line, e il suo direttore, intendevano senza dubbio ironizzare sulle propensioni erotiche del nostro capo del governo, su quanto lo rallegri circondarsi di belle donne ecc. Fa parte del gioco, di una satira più che lecita: neanche da noi sono mai mancate vignette sui cappellini bizzarri della regina Elisabetta II, i suoi cani, i rapporti matronali con il figlio Charles e – prima ancora – con la nuora Diana. Il grave della vignetta dunque non sta in quel reggiseno messo a comporre l’8 del G8, che trovo persino spiritoso (e che forse non dispiace neppure all’interessato).

Il grave sta piuttosto in una forma di razzismo che è intollerabile se inconscio: inaccettabile se voluto, conscio. Guardatelo, il Berlusconi del Times: grasso e panzone fuor di misura e di realtà, a rappresentare lo stereotipo incarnato da Marlon Brando nel Padrino. E la faccia? Fronte bassa, occhi ravvicinati e un sorriso che non è quello del joker, ma quello del nero – anzi, del “negro” – con tanto di labbrone. Qui non siamo più all’ironia – discutibile ma non offensiva – su Obama “abbronzato”. Qui si vuole indicare una caratteristica genetica, ovvero razziale, che probabilmente non riguarda soltanto Berlusconi, ma tutto il popolo italiano: una razza bianca, sì, ma non davvero del tutto.

Quello sugli italiani non del tutto bianchi (e sempre mafiosi) è un pregiudizio antico degli anglosassoni, partito proprio dagli inglesi e subito approdato negli Stati Uniti, con l’arrivo di massicce ondate di nostri emigranti fra fine Ottocento e inizio Novecento. Accolti inizialmente come “bianchi”, gli italiani dovettero attendere a lungo prima di essere trattati davvero come tali. Nel 1922, in Alabama, un uomo di colore - accusato di miscegenation (mescolanza di razze) per avere avuto rapporti sessuali con una bianca – venne assolto in quanto la donna “non era bianca, era italiana”. Uno dei protagonisti di Bubbitt, romanzo di Sinclair Lewis pubblicato sempre nel 1922, sostiene che i dago «devono imparare che questo è il paese dell’uomo bianco e che non sono desiderati qui». “Dago” e “Guinea” erano le definizioni di “italiano” che più accostavano i nostri emigrati ai neri. Bollati in tale modo, dopo i casi di linciaggio avvenuti fra fine Ottocento e inizio Novecento, gli italiani subirono spesso una discriminazione ufficiosa ma non per questo meno infamante: come il rifiuto di nativi americani, e di emigrati anglosassoni, di viaggiare sullo stesso tram e di vivere in case accanto alle loro; oppure l’esclusione di bimbi italiani da scuole e cinema, mentre i loro genitori venivano esclusi da certi sindacati e associazioni. Venivano segregati persino in alcune chiese.

Libri, riviste, giornali popolari e cinema favorirono la segregazione presentando spesso gli italiani come “razzialmente sospetti”, e gli stessi rappresentanti del governo catalogavano i nostri emigranti come “bianchi scuri” di “razza” italiana. Negli anni Trenta, in America, vennero estesi i diritti civili a tutti i “caucasici”, gruppo razziale che comprendeva anche i mediterranei, suddiviso però in “White Caucasian” (caucasica bianca: anglosassoni, germanici e scandinavi) e “Caucasian”. La suddivisione in “white caucasian” e “caucasian” è ancora in vigore nei metodi statistici usati dalle istituzioni di molti Stati americani, e le presunte razze non caucasiche furono escluse dai diritti civili fino agli anni Sessanta.

Se negli Stati Uniti questi pregiudizi sono stati ormai superati, anche grazie all’assidua frequentazione con gli italo-americani e con i loro discendenti, non è così nella Gran Bretagna dell’Unione Europea, specialmente quando si tratta di avversari politici. E infatti la vignetta pubblicata dal Times on line ricorda terribilmente quelle contro gli italiani pubblicate nei fogliacci reazionari degli Usa nei primi del novecento.