"L’attacco alla Biagi penalizza i lavoratori"

Intervista a Tiraboschi, il giurista che collaborò alla stesura della legge: "Il protocollo non dà risposte per il futuro"

da Roma

Chi cerca di abolire lo staff leasing fa una «battaglia ideologica». Non tiene conto che, tra tutte le forme di contratto, è una delle più regolari e garantite. Ma il giuslavorista Michele Tiraboschi, direttore del centro studi «Marco Biagi», non è tanto sorpreso dalla piega che ha preso il dibattito su questa forma di lavoro, molto diffusa - osserva lo studioso di diritto comparato - nei paesi del Nord Europa. Perché la vicenda dello staff leasing «è la stessa della legge Biagi: molti ne parlano, ma pochi sanno veramente cosa sia e a chi porti vantaggi».
I lavoratori dovrebbero difendere lo staff leasing?
«Non è l’interinale che è a tempo determinato. Si tratta di somministrazione di lavoro continuativa, a tempo indeterminato. In poche parole l’agenzia invia alle aziende del personale specializzato, ad esempio per servizi informatici o di logistica. E il lavoratore è a tutti gli effetti assunto, con tanto di articolo 18. È un contratto che sostituisce quei lavori che oggi si fanno attraverso appalti a cooperative, che non danno garanzie ai lavoratori».
Quindi sinistra, Cgil e governo stanno facendo una battaglia contro un contratto tipico per tornare a una situazione di maggiore precarietà?
«Una battaglia ideologica che non tiene conto del contenuto, perché è oggettivo che lo staff leasing garantisca maggiori tutele. Chi lo ha capito è il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni che è l’unico interlocutore del governo che sta difendendo questi strumento».
E se Confindustria accettasse questa modifica?
«Le imprese non sono molto interessate a questo strumento che costa molto. Per loro è molto più facile ricorrere ad appalti fittizi. Anche se questa forma di lavoro serve anche a fornire alle aziende un alto know how che non garantiscono le pseudocooperative. Insomma, si tratta di un contratto in grado di intercettare molto lavoro irregolare, soprattutto nei servizi. Ed è interessante notare come sia uno strumento diffuso in moltissimi paesi, non solo anglofoni. Ad esempio fu adottato in Germania dal governo rosso-verde. Esiste in Svezia e in Olanda».
Che giudizio dà del protocollo sul Welfare?
«Credo sia in fortissima continuità con il Patto per l’Italia, come dimostra la conferma dell’impianto della legge Biagi, la riforma degli ammortizzatori sociali alla quale stava lavorando il governo Berlusconi e la misura sull’orario di lavoro. In sintesi, è in forte continuità con il passato, ma non dà risposta ai problemi del futuro».
La decontribuzione degli straordinari può servire?
«È una misura tecnicamente interessante ma temo che rimarrà sulla carta. Avrebbe un senso se inserita in una rivisitazione di tutte le norme sull’orario di lavoro, visto che risalgono all’inizio del Novecento. La vera anomalia, comunque, è nel metodo».
La concertazione?
«Tutti parlano di concertazione, ma il governo non ha mai fatto incontrare tutte le parti, se non una volta o due. Confcommercio si è giustamente sfilata e non ha firmato perché non è mai stata coinvolta».
Con quali effetti sul protocollo?
«Ha un’impostazione industrialista e fordista, non a misura del terziario».
Cosa pensa della parte sui contratti a tempo?
«Nel novembre scorso il ministro Cesare Damiano stilò delle linee guida che facevano rabbrividire, mentre questi interventi sono marginali. Anche se vanno a danno del lavoratore, visto che il limite a 36 mesi induce l’azienda a mandarlo a casa alla scadenza. Chi fa queste regole non conosce la realtà».
Lei cosa avrebbe fatto?
«Nel 2006 uscì il famoso Libro Verde della Commissione europea sul diritto del lavoro. E all’Italia chiedevano: perché continuate a discutere di job on call quando avreste bisogno di rendere più agevole e flessibile il contratto standard? Ridurre le forme di lavoro atipico e rendere più conveniente il lavoro a tempo indeterminato, questo è il nodo storico. Che sarebbe stato giusto affrontare adesso, insieme agli ammortizzatori sociali».