L’attacco di Storace: «Gianfranco spiegaci dove ci vuoi portare»

Fini ancora nel mirino dei suoi. «Ma la sua leadership non si discute», dicono tutti

Massimiliano Scafi

da Roma

Un uomo solo al comando. Pedala in salita e dietro di lui c’è quasi il vuoto, ma Gianfranco Fini non è Coppi, la corsa è dura e piena di montagne e lui forse non riuscirà nemmeno a vincere la tappa. Giornate pesanti in Via della Scrofa, dove in tanti ormai si esercitano nel tiro sul leader e i colonnelli dell’opposizione interna fanno il viso dell’arme. Scissione, spiega Publio Fiori, «è una parola grossa», ma insomma, «la crisi del partito è irreversibile». Gianni Alemanno dà del «radical-laicista» al vicepremier e chiede «un’altra Fiuggi». E Francesco Storace, dopo 24 ore di silenzio, attacca: «Gianfranco, dicci dove ci vuoi portare, dicci se dietro c’è un progetto».
Appuntamento per l’assemblea nazionale di luglio, 62 anni esatti dopo il Gran Consiglio. Chissà se ci sarà un altro Grandi, intanto ci sono le parole di Storace, che demolisce tutte le ultime scelte di Fini. «Per migliaia di militanti e milioni di elettori c’è lo sconcerto per lo spettacolo che appare su tutti i mass media. Si dice che Gianfranco sia solo. Può darsi. Io mi sono sentito solo quando pronunciava a Gerusalemme espressioni purtroppo indimenticabili e quando a casa nostra tutti applaudivano maledicendo. Mi sono sentito solo quando ho appreso che improvvisamente eravamo diventati sostenitori del diritto di voto per gli emigranti senza averne mai discusso. E ora scopro di avere sul referendum un’opinione maggioritaria nel partito, ma è come provare una solitudine più forte, perché il capo è altrove».
Insomma, si domanda il ministro della Salute, cosa vuole fare Fini da grande? «Lui intravede manovre neocentriste dietro l’astensione: ma dietro il subbuglio che ha provocato c’è un progetto o ci sono solo alibi? Sbaglia quando rivendica il primato della laicità delle istituzioni: perché allora si è battuto per rivendicare, senza riuscirci, il richiamo alle radici cristiane in una Costituzione che franano ogni volta che i popoli d’Europa votano». E sbaglia ancora, insiste Storace, «quando afferma il principio della libertà di coscienza, che vale per tutti tranne i leader». Ma sbagliano, conclude, pure «i critici di oggi» perché il punto non è cambiare timoniere ma capire a luglio «se Fini resta e se resta dove vuole portare An».
«La leadership di Gianfranco non si discute», avverte Maurizio Gasparri. Persino Gianni Alemanno si dice d’accordo: «Nel partito non è in corso un attacco ai vertici e l’assemblea nazionale non si trasformerà in una resa dei conti interna. C’è solo la volontà di esprimere con chiarezza le posizioni sulla fecondazione assistita. Non voglio che un tema così alto sia ridotto a uno scontro di potere». Qualcosa però, aggiunge, a luglio dovrà pur succedere: «Serve una nuova Fiuggi. C’è bisogno di un processo di aggregazione e di definizione dei valori, rilanciando An su solide basi etiche, culturali e politiche». Valori che per Fiori sono stati già traditi. «Alleanza nazionale è nata dalla confluenza della destra politica, la destra cattolica e quella liberale. Se vengono meno questi principi, è difficile che il partito resti in piedi. Su certe cose non si decide a maggioranza: se Fini rimane delle sue idee, chi l’accetta resterà e chi non l’accetta se ne andrà».
Ignazio La Russa chiede di abbassare i toni, ma intanto spiega i perché di una scelta lacerante: «Gianfranco non è né fuori né contro An. È logico e legittimo che si possa porre il problema della leadership futura della coalizione e del resto nei sondaggio lui è sempre il primo. Ma se qualcuno crede ancora alla favola della lista Fini, si sbaglia di grosso». Con il ministro degli Esteri si schiera anche Adolfo Urso: «Non condivido nulla di quello che ha detto, però ha avuto il coraggio di spiegarsi. Si è comportato da statista». Altero Matteoli parla «di un partito vivo, dove si discute anche se c’è un capo incontrastato». Dopo il referendum la discussione ci sarà ancora. E il capo incontrastato?