L’attentato all’aereo ideato a Guantanamo

Una tragicommedia. Più tragedia, però, anche se scansata per un pelo. Ecco a cosa somiglia la storia del terrorista nigeriano che per miracolo non è riuscito a far saltare il volo della Delta diretto a Detroit il giorno di Natale. Gli ingredienti per una commedia (dove però si ride a denti stretti) ci sono tutti: si va dalla notizia che due dei quattro cervelli di Al Qaida che hanno organizzato l'attentato erano già stati ospiti della prigione Usa di Guantanamo fino ai clamorosi svarioni americani in tema di sicurezza (sì, ci sono altre succulente novità, al riguardo) e si chiude, almeno per oggi, col «diario intimo» del giovane terrorista, Umar Abdulmutallab, che si sentiva «solo». E così, anche per vincere la noia, e per rintuzzare la congiura di un destino cinico e baro che lo aveva privato di «un amico islamico» ha pensato di darsi al martirio, magari anche solo per vedere l’effetto che fa.
Muhammad Attik al-Harbi, detenuto numero 333 e Said Ali Shari, detenuto numero 372. Secondo la tv americana Abc, i succitati sono due dei quattro signori che avrebbero organizzato il fallito attentato di Natale.
Il governo americano consegnò i due prigionieri il 9 novembre del 2007 all’Arabia Saudita dove vennero destinati a un progetto di riabilitazione e poi incredibilmente rimessi in libertà. Il giorno dopo, i due si erano già ricongiunti al resto della banda di base nello Yemen, dove Faruk Abdulmutallab aveva trascorso due lunghi periodi.
Le autorità saudite, bontà loro, ammettono che il programma di riabilitazione degli ex terroristi (in alcuni casi gli ex combattenti di Al Qaida vengono avviati al disegno e alla pittura) presenta «qualche lacuna».
Nella rivendicazione dell’attentato, Al Qaida loda la capacità dell’aspirante kamikaze di sfuggire ai controlli dell’intelligence e promette altre «sorprese». Purtroppo, a giudicare dai risultati conseguiti, non si possono definire vanterie da bulli. Secondo il Wall Street Journal infatti le autorità americane avevano gli elementi per «placcare» il nigeriano prima dell’imbarco, ma non hanno agito. Si scopre infatti che il Dipartimento di Stato di Washington aveva segnalato il nome dell’aspirante kamikaze perché fosse incluso in un elenco di sospetti terroristi, ma non ha contemporaneamente revocato il suo visto per l’ingresso nel Paese. Neppure l’acquisto, in contanti, di un biglietto da 2800 dollari da Amsterdam a Detroit, ha messo in allarme le autorità americane.
Le autorità diplomatiche americane, invece, dopo la segnalazione del padre del ragazzo, che ne aveva segnalato la pericolosità proprio alle autorità americane, si sono limitate ad aggiungere il nome di Faruk a un elenco del governo, il Tide, ovvero «Terrorist Identities Datamart Environment»: un mostro della burocrazia che si compone di oltre 550mila nomi.
Non privo di interesse, invece, il «diario intimo» dell’attentatore. Un ragazzo «solo», senza «un vero amico islamico con cui parlare». È questo il ritratto che emerge dai messaggi inviati, tra il 2005 ed il 2007, ai social network firmandosi come «Farouk 1986». In tutto 300 messaggi che il Washington Post ha rintracciato attraverso Facebook ed una chat islamica. «Il mio nome è Umar ma puoi chiamarmi Farouk» si legge in un post, ed in un altro: «Possa Allah ringraziarti per leggere i miei messaggi e premiarti per il tuo aiuto». Insistenti sono le richieste di contatto e di sentire dall’esterno «il vostro parere» sui pensieri messi in rete. Pensieri che restituiscono una personalità non banale ma disturbata, e che, a leggerli oggi, mettono qualche brivido. Come certi amletici dubbi fra interpretazioni liberali ed estremiste dell’Islam. «Il profeta ha detto che la religione è facile e chiunque cercherà di caricarsi di un peso eccessivo non potrà continuare - scriveva nel 2005, quando aveva 19 anni - così ogni volta che mi rilasso, mi trovo a deviare ed allora devo tornare ad impegnarmi ma poi mi stanco di quello che sto facendo, per esempio memorizzare il Corano. Come posso trovare un giusto equilibrio?».