L’attore che adorava la vita e osava schernire i potenti

Esce in un cofanetto con libro e dvd «La supercazzola» un divertente omaggio a uno degli attori italiani più duttili, che dava il meglio quando lo si lasciava fare

Maurizio Cabona

È fulminante l’inizio del dvd La supercazzola, ora in cofanetto col libro omonimo curato da Roberto Buffagni (Mondadori) e la sua corrosività contrasta con lo sbiadito bianco e nero dei programmi tv di mezzo secolo fa.
Gianni Agus disegna angeli su una parete. Arriva Ugo Tognazzi, faccia nera, maniche troppo corte per rendere troppo lunghe le braccia. Sui versi di una celebre canzone e alterando la pronuncia, Tognazzi apostrofa Agus: «Bittore, ti voglio barlare / mentre dibingi l’aldare». Agus cerca di liberarsene. Petulante, Tognazzi insiste: «Bittore, di una gosa ti brego / Dibingi un angelo negro». Agus non vuole. Tognazzi allora gli porge una lettera. Agus legge: «Il latore della presente è inviato dall'ufficio petroli iracheno. La prego, pittore, disegni un angelo negro». Firmato: onorevole Mattei. E Tognazzi, verso Agus: «Di ho fregado!».
Era il 1958, l’Eni di Enrico Mattei cercava ovunque petrolio e Un, due, tre - il programma di varietà cominciato nel 1954 sull'unica rete tv della Rai - ne prendeva spunto. Nella realtà esente dal politicamente corretto si poteva ridere col bovero negro e con Mattei, ma non con Gronchi, presidente della Repubblica. Infatti nel 1959 Gronchi cade nel palco reale della Scala, durante la visita ufficiale di Charles de Gaulle. In diretta Tognazzi mima di cadere e Raimondo Vianello gli dice: «Ma chi ti credi di essere?». Basterà per il licenziamento di entrambi.
Episodio isolato? Dieci anni dopo, la canzone dei Giganti, Proposta, meglio nota come Mettete dei fiori nei vostri cannoni, rischia di non andare in onda per un verso che sfiorava - a detta dei censori - il vilipendio del capo dello Stato: «Oggi non ho nemmeno i documenti / domani sono presidente della Repubblica».
La carica corrosiva di Un, due, tre è oggi generalmente dimenticata: certo, sono passati oltre cinquant’anni dall’inizio e quasi cinquanta dalla chiusura del programma. Ma è dimenticata anche dai dissacratori per mestiere, che non dimenticano la Canzonissima coeva di Dario Fo, che aveva egualmente urtato il potere democristiano.
Ma restiamo a Tognazzi. Dopo la fiammata iniziale del bovero negro, il dvd della Supercazzola si smorza in immagini di repertorio di varie epoche, accostando il Tognazzi giovane e maturo, in bianco e nero, a quello declinante, a colori, senza nessun commento o indicazione, salvo l’anno delle immagini. Così, chi non riconosca le facce celebri allora, capisce poco dell’ambiente di Tognazzi e ancor meno del suo brio.
Veniamo a un passato meno remoto. Perché un attore che si era tanto ben immedesimato nel personaggio del Federale di Luciano Salce (film d’esordio per la sedicenne Stefania Sandrelli), poi in quello dell’onorevole golpista di Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli e dell’ufficiale antigolpista nel Generale dorme in piedi di Francesco Massaro; perché un attore ormai di fama internazionale, che si era prestato alla beffa del settimanale Il male, che l’aveva indicato come capo delle Brigate rosse, non sarà mai icona anche politica in un’Italia allora politicissima?
Ciò riuscirà invece a Gian Maria Volonté, meno duttile, più serioso di Tognazzi. Eppure dietro al presente del comunista Volonté c’era stata un’irrequieta adolescenza neofascista, accanto al fratello. Del resto sia Volonté, sia Tognazzi avevano lavorato con Elio Petri, ne La proprietà non è più un furto. Solo che Tognazzi in quell’occasione non aveva preso Petri per un guru, se - presentando il film alla stampa - dirà, come La supercazzola ricorda: «A volte uno diventa comunista così, per caso, per le esperienze dell’infanzia. Forse sotto casa di Petri c’era una sezione del Pci e così lui è diventato comunista. Se, sotto casa, avesse avuto una sala da biliardo, oggi sarebbe campione di carambola».
Poi, come Brando e DeNiro, Tognazzi aveva lavorato con Bertolucci, ne La tragedia di un uomo ridicolo, vincendo il premio d’interpretazione al Festival di Cannes. Ma il pubblico non lo ricordava per questi film: lo ricordava/identificava col citato Federale e con La voglia matta, ancora di Salce; con I mostri, La marcia su Roma, In nome del popolo italiano, La stanza del vescovo e Primo amore di Risi, con Il commissario Pepe di Scola e Romanzo popolare di Monicelli, con L’ape regina, con La donna scimmia e con La grande abbuffata di Ferreri, altro anarchicheggiante reduce dalle scene (e non solo) di Salò.
Tognazzi dava il meglio quando lo si lasciava fare, non per mancanza di polso, ma per rispetto della sua grandezza d'interprete. L’ultimo suo splendido film è Ultimo minuto di Pupi Avati, un conservatore come Risi, ma soprattutto un regista che riconosceva a Tognazzi dignità di co-autore. Nei panni dell’uomo che conduceva l’ultima battaglia in un mondo non più suo (qui un dirigente calcistico), Tognazzi era se stesso a fine carriera e a fine virilità, molto peggio per lui, che aveva tanto amato amare e fra le braccia aveva stretto molte partner, anche quando non era il copione a mettercele.