L’attore che balbetta: "La mia nuova sfida? Diventare Mussolini"

L’interprete, affetto da un handicap, è uno dei più ricercati. Da lunedì gira con Salvatores, poi sarà il Duce per Bellocchio

Roma - Tutti lo vogliono. In pochi mesi è diventato il nuovo volto del cinema italiano d'autore, tendenza cupa. Dimenticare Accorsi, Santamaria, Favino, Lo Cascio, Boni, tutti bravi per carità. Ma non ci piove: al pari di Germano e Scamarcio, il più richiesto è lui, Filippo Timi, detto «Filo». Trentaquattro anni il 27 febbraio, perugino, attore, poeta, pittore, romanziere, teatrante, autore di radiodrammi. «Probabilmente non avrei fatto questo mestiere se non mi fossi ritrovato a rischio epilessia, balbuziente e mezzo cieco», dice. Da anni questo giovanotto dal viso fiero e dall'entusiasmo contagioso convive col morbo di Stargardt, che atrofizza le cellule coniche dell'occhio. «Il centro dei miei occhi è quasi cieco, mi mancano 9,25 gradi. Un buco nel campo visivo: vedo i contorni, ma non ciò che sta dritto davanti a me».

Cieco e balbuziente: il colmo per un attore. Ma quando lo vedi sullo schermo, quasi magicamente, Timi si trasforma. Non balbetta più, lo sguardo tra il dolce e il battagliero ipnotizza: sia che incarni un novizio irregolare che lascia l'Ordine dei gesuiti (In memoria di me), un operaio sindacalizzato alla Fiat (Signorinaeffe), un ex terrorista russo invasato che si rinchiude in manicomio (l'ancora inedito I demoni di San Pietroburgo). Il medagliere è destinato a infittirsi di ruoli sempre più impegnativi: con barba e senza barba, sul filo di una pazzia che si scioglie in strane tenerezze complici. Non per niente Gabriele Salvatores l'ha voluto nel ruolo di Rino Zena, il padre violento e xenofobo del giovanissimo protagonista di Come Dio comanda, dal romanzo di Ammanniti: primo ciak lunedì, in Friuli, accanto a Elio Germano nei panni del minaccioso svitato Quattro Formaggi. Finite le riprese, è notizia di ieri anticipata dal Corriere, diventerà giovane Mussolini per Marco Bellocchio nell'ambizioso Vincere!, storia del figlio segreto del Duce, Albino, e della sua prima moglie, lasciata morire in manicomio.

Lo chiami al telefono e Timi si fa una sonora risata. «Ma quale top-list! Io gettonato? Sono solo incontri fortunati con registi ai quali piaccio e che piacciono a me, coincidenze belle. Vivo in modo concreto il successo, non mi monto la testa. Tutto ciò che c'è intorno lasciamolo al vento». Non è l'unico attore che «zagaja» nella vita e va veloce in scena: lo scomparso Fiorenzo Fiorentini, Giorgio Tirabassi, Paolo Bonolis... Lui però li supera tutti. «Ma si ricordi, non è mica facile balbettare bene. Però che fatica, a volte. Sarà perché noi tartaglioni - lei mi capisce, vero? - dobbiamo attivare anche decine di muscoli alla volta nello sforzo per far uscire una parola. La mia croce sono le “m” e le “p”. Con gli anni, però, ho imparato ad accettarmi, a concedermi delle dolcezze verso i miei handicap. Voglio quasi bene alle mie paure».

Bellocchio gli ha fatto un provino di tre ore, mica bazzecole. Trucco, luci, una scena di dialogo, altre riprese ancora. «Certo che ero emozionato, chi s'aspettava d'essere chiamato? Vedendomi un po' nervoso, Marco mi ha detto: “Stai tranquillo, non devi dimostrare niente”. Mi sono sentito accettato, la calma è scesa dentro di me. Alla fine mi ha preso». Del capo del fascismo colto nella giovanile irruenza socialista, Timi vuole restituire «il magnetismo». «Se guardi i filmati ti accorgi che usa una maschera, crea se stesso. Un po' come faccio io quando divento Satana nel Paradiso perduto di Milton». Uomo di sinistra, figlio di un operaio e un'infermiera, cresciuto con l'incubo «dei soldi che non bastavano mai», l'attore umbro si sente attratto dal cimento. «Una sfida emozionante incarnare Mussolini. Credo che l'atteggiamento più sano consista nel non avere giudizi morali, tanto meno pregiudizi. Proverò perfino ad amarlo, a farmelo mio». Appassionato di filosofia (Deleuze e Foucault) e pittura (Giotto, Cézanne e Bacon), Timi confessa di amare «tutto ciò che è carne». Sarà anche per questo che, un po' come Mussolini, piace tanto alle donne, alle quali ha dedicato il suo secondo romanzo, edito da Fandango. Titolo: E lasciamole cadere queste stelle.