L’attualità di Giorgio Bocca

Il cambiamento biologico di un individuo (il suo invecchiare) è molto più lento del cambiamento culturale della società in cui vive, e questo squilibrio crescente, in sociologia, prende il nome di ritardo culturale. Per descrivere la pubblicistica di Giorgio Bocca degli ultimi quindici anni l’abbiamo presa un po’ alla larga, tuttavia l’intenzione non era quella di offenderlo: il suo legittimo scollamento di persona anziana rispetto a questi tempi impazziti ha ormai una dignità quasi letteraria, e la sua scrittura anziché renderlo patetico mantiene una pregnanza densa di umore che lo rende il classico vecchiaccio adorabile che ne ha viste tante. Purché, ecco, Bocca non esageri come ha fatto la settimana scorsa su l’Espresso: va bene prendersela con tutte queste aziende che producono beni immateriali «mentre le acciaierie chiudono», va bene prendersela con questa società che produce «immagini, fantasmi, mode, telefonini, pubblicità, gadget, manager che non pensano ai beni durevoli», va benissimo prendersela con questo «capitalismo che vende aria fritta». Come no. Purché Bocca non dimentichi che i più grandi venditori di aria fritta della Storia, i più impuniti spacciatori di beni immateriali e fatui e volatili e non durevoli, non c'è dubbio: sono i giornalisti come lui e come, a un livello ancor peggiore, noi.