L’Aula decide la sorte di Cosentino

RomaGiornata rovente oggi alla Camera. Il caso Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia accusato di concorso esterno in associazione camorristica, piomba in aula e si preannunciano scintille anche se l’esito sembra scontato. Al mattino si voterà sulla proposta della Giunta di respingere la richiesta di arresto formulata dal Gip di Napoli; nel pomeriggio, invece, Montecitorio dirà la sua sulle mozioni delle opposizioni che ne chiedono le dimissioni dal governo. Presumibilmente la Camera dirà di no alle manette, facendo eco al giudizio della Giunta dello scorso 25 novembre; così come verranno respinte le tre richieste di un congedo anticipato da Palazzo Chigi, firmate da Di Pietro (Idv), Franceschini (Pd) e Casini (Udc).
Sebbene Amedeo Laboccetta (ex An) si sia affrettato ad assicurare che «sulla questione non vi saranno né agguati, né imboscate da parte di quel vasto mondo che proviene dalla storia della destra politica italiana», il cosiddetto fuoco amico su Cosentino sembra improbabile, visto che tutte le votazioni avvengono a scrutinio palese. Difficile quindi che la truppa dei finiani, che si era affrettata a sparare sul sottosegretario affossandone la candidatura a governatore della Campania e chiedendone persino le dimissioni, possa fare un blitz contro di lui. Da notare, poi, che proprio il caso Cosentino oltre ad aver diviso il Pdl aveva pure spaccato il fronte finiano: Granata e Bocchino erano stati i meno garantisti nei confronti del collega nel mirino della procura partenopea; mentre l’altrettanto finiano Laboccetta s’era indignato per la mancata difesa di Cosentino e la deriva giustizialista di alcuni suoi compagni. Proprio Granata ha già annunciato che si asterrà sulle dimissioni del sottosegretario per non votare una sfiducia individuale che alimenterebbe polemiche a non finire.
Ma la questione è spinosa anche per il fronte dell’opposizione, nel merito tutt’altro che unita. A parte i manettari dipietristi, nel Pd non tutti sono allineati sulle posizioni giustizialiste. Il radicale pd Maurizio Turco, per esempio, già in Giunta aveva votato contro le manette, sostenendo che avendo letto le carte, contro il sottosegretario non c’è uno straccio di una prova. E come lui la pensa la pattuglia dei sette onorevoli radicali. E poi ce ne sono tanti altri che, proprio a causa del voto palese, alla fine si adegueranno alle direttive di partito, ma loro malgrado. Tanto che un onorevole del Pdl ammette: «Se si votasse a scrutinio segreto ne vedremmo delle belle: sulla carta il centrosinistra, in materia di giustizia, si porta in grembo almeno una trentina di franchi tiratori».