L’Australia dichiara gli scioperi fuorilegge

Gabriele Villa

«Siamo un Paese in crescita, rispettato nel mondo, con un’economia forte». Parole di John Winston Howard, pronunciate giusto un anno fa, di questi tempi, quando dalle urne dell’Australia era appena uscito, per la quarta volta, il suo nome come vincitore delle elezioni federali. Un anno dopo, il premier di ferro, nato a Sydney sessantasei anni fa, fotocopia al maschile di quella indimenticabile Margaret Thatcher, cui si è sempre consapevolmente o inconsapevolmente ispirato, ha deciso di correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
In buona sostanza, prima che la sua Australia cominci a crescere meno, che la sua economia si indebolisca, e che venga meno rispettata nel mondo. E così, con abile mossa da navigato stratega, il premier conservatore ha dato via libera a provvedimenti leggermente sensazionali.
Per cominciare, da oggi in poi, in Australia potrà venire considerato illegale fare sciopero. Per contro, i piccoli imprenditori potranno licenziare senza rischiare ritorsioni o multe o penalizzazioni varie e le grandi imprese potranno citare i sindacati per danni, portandoli in tribunale con relativa disinvoltura. Sono questi i passaggi più significativi del rivoluzionario «piano Howard». L’obiettivo? Rendere il Paese più snello e competitivo sul mercato mondiale. Secondo il premier, che li ha presentati alla stampa con il consueto aplomb, i cambiamenti sono «considerevoli ma giusti», e soprattutto, affermazione non proprio carina ma realistica, «eviteranno all'Australia di finire con lo stesso tasso di disoccupazione della Germania». Howard ha sottolineato quanto sia importante per l’Australia muoversi nel mercato libero, e ha anche chiesto ai lavoratori «fiducia nei nuovi provvedimenti e fiducia nel governo, che non ha alcuna intenzione di introdurre misure che siano dannose per i lavoratori australiani». In realtà quello che il quotidiano The Australian ha definito «il più grande attacco ai sindacati mai verificatosi nel Paese», prevede che il governo possa dichiarare uno sciopero illegale se comporta un danno all’economia, e ammette contratti privati tra datore di lavoro e singoli impiegati. Secondo questi accordi, anche diritti finora regolati dalla legge e dai sindacati, come giorni feriali e orari di lavoro, potranno essere inclusi in contratti stipulati individualmente. Inoltre, aziende con non più di cento impiegati potranno licenziare in tronco senza motivi di «giusta causa» e senza incorrere in alcuna sanzione. Alle organizzazioni dei lavoratori sarà anche vietato l’ingresso nelle aziende dove non vi sono contratti siglati mediante un accordo sindacale mentre, sulla scorta delle nuove norme, il governo potrà interrompere ogni sciopero nel settore automobilistico, in quello minerario e in tutti i settori dei trasporti, da quello dei portuali a quello aereo e delle costruzioni. Se è vero che il leader dell’opposizione, l’inviperito Kim Beasley, ha annunciato che «lotterà fino a che sarà necessario, per salvaguardare il diritto dei lavoratori australiani» e che il segretario del principale sindacato, Greg Combet dell’Actu, ha definito le nuove misure «estremamente repressive» perché «fanno diventare la salvaguardia dei lavoratori una pura illusione» è altrettanto vero che Peter Hendy, a capo dell’Australian Chamber of Commerce and Industry, che fornisce il più alto numero di impiegati alle aziende australiane, ha osservato che «le riforme non sono abbastanza coraggiose». In altre parole anche se gli australiani stanno, come dire ufficialmente larghi, la densità media è di 2,6 abitanti per chilometro quadrato, il dato è poco significativo, poiché gli insediamenti, per ragioni climatiche e ambientali, sono concentrati in alcune zone, mentre grandi estensioni di territorio sono quasi del tutto disabitate. Il 90 per cento della popolazione vive infatti in aree urbane, nelle città lungo le coste orientali, sudorientali e sudoccidentali, e in Tasmania. E questo ha innescato, con gli anni, un problema occupazionale di cui Howard non poteva non tener conto. Ora le nuove misure introdotte dallo storico primo ministro australiano, è stato eletto per la prima nel 1996, promettono di infiammare il dibattito tra conservatori e laburisti, soprattutto in vista delle prossime elezioni, previste per la fine del 2007. Ma, come afferma Dennis Shannnan, editorialista dello stesso Australian, John Howard ha scelto bene i tempi, perché «per allora i dibattito avrà perso consistenza, e i conservatori non rischieranno di perdere voti».
Gabriele Villa