L’auto americana fa «crash» Il titolo Gm vale come 53 anni fa

da Milano

«I prezzi del petrolio potrebbero attestarsi intorno a 150-170 dollari il barile entro l’estate. Tutto dipenderà dalla Bce e dalla decisione che potrebbe prendere di alzare i tassi». Il tackle è durissimo, come si conviene ai giocatori di tempra. E al numero uno dell’Opec, l’algerino Chakib Khelil, certo non difetta il temperamento. Ma l’intervento non colpisce il bersaglio. Per tutta risposta, l’Eurotower affida la replica a un altro tipo tosto, il tedesco Jurgen Stark: «I tassi sono troppo bassi da troppo tempo, e il loro livello va rivisto seriamente». Sono invece le Borse a farsi male, spaventate dalla prospettiva di un barile ben più surriscaldato rispetto al record di 140,37 dollari stabilito proprio ieri dal Wti a New York. Così, si torna a vendere.
Gli stessi listini che meno di 24 ore prima sembravano confortati dalla prospettiva di tassi Usa invariati anche nei prossimi mesi nonostante la crescente minaccia inflazionistica, rivedono il bicchiere vuoto. O, peggio ancora, riempito dagli ingredienti imbevibili della recessione e dell’inflazione. Tutto si mischia, in un vortice in cui ogni comparto viene colpito dall’ondata ribassista, dove il contagio da subprime sembra ancora in grado di generare danni. Ci pensa Goldman Sachs a spargere un altro po’ di sale sulle ferite dei mercati, ipotizzando in casa Citigroup, la prima banca Usa, altre svalutazioni per circa 9 miliardi di dollari e la cessione di attività per far fronte alla situazione finanziaria. Goldman, tra l’altro, aggiunge una postilla velenosa: meglio sbarazzarsi dei titoli Citi. Non piace ai mercati neppure il batter cassa della belga-olandese Fortis (otto miliardi di aumento di capitale). Poi, cominciano a girare voci incontrollate: una parla di Chrysler al capolinea per bancarotta, l’altra costringe Gm a intervenire per assicurare di non essere in crisi di liquidità (vedi articolo sotto). Tutto questo mentre Bank of America annuncia 7.500 tagli dopo l’operazione Countrywide.
In tale clima ad alta tensione, matura il grande ribasso collettivo. Quello che porta l’Europa a sacrificare altri 180 miliardi di euro di capitalizzazione, con gli indici retrocessi ai livelli dell’ottobre 2005. Un salto indietro di quasi tre anni, frutto della catena di flessioni che accomuna Madrid (meno 2,96%) e Londra (meno 2,6%), Parigi (meno 2,43%) e Francoforte (meno 2,39%), con Milano vicina a un calo del 2%. Non va meglio a Wall Street, dove il rimbalzino messo a segno mercoledì dopo la riunione della Fed viene brutalmente cancellato sotto la spinta del fuggi-fuggi generale. Durante la seduta, il Dow Jones precipita ai minimi da settembre 2006 e perde oltre 300 punti prima di chiudere con un arretramento del 2,92%, mentre il Nasdaq, giunto a perdere oltre il 3%, finisce sotto del 3,22 per cento.
Tra gli investitori, nessuno si accorge dei segnali positivi per consumi ed esportazioni contenuti nella lettura definitiva del Pil Usa del primo trimestre (più 1%, dalla stima preliminare di più 0,9%), come se questi dati fossero ormai resi vecchi da una realtà congiunturale ben più amara, seppur non sia questo il quadro presentato l’altroieri dal presidente della Fed, Ben Bernanke. Di sicuro, la previsione Opec di un barile proiettato fino a 170 dollari nel breve periodo non è di conforto per le Borse. Anche perché Khelil non ha escluso un’autentica esplosione dei prezzi del greggio, «fino a 200, 300 e 400 dollari», nel caso la produzione dell’Iran si interrompesse. Le tensioni tra Teheran e Washington, a causa della disputa sul programma atomico iraniano, potrebbero tra l’altro contribuire a surriscaldare i prezzi petroliferi fino al picco indicato di 170 dollari, al quale contribuirebbe anche il rialzo dei tassi da parte della Bce per le inevitabili ripercussioni sui rapporti di cambio euro-dollaro che finiscono per trasmettersi anche sul fronte petrolifero.
Il Cartello, del resto, ha ribadito recentemente anche all’Ue di non essere disposta ad aumentare la produzione. Messaggio puntualmente ripresentato ieri dallo stesso Khelil: «Non c’è un problema di offerta. Sul mercato, attualmente, non c’è una domanda insoddisfatta».