«L’auto uscirà dal tunnel solo nel 2010»

Manley (Chrysler) smentisce lo «spezzatino»

nostro inviato a Parigi

A Parigi, dove domani aprirà al pubblico il grande «Mondial de l’automobile», l'importante rassegna europea che si alterna ogni due anni con quella di Francoforte, i costruttori cominciano a intravedere la luce in fondo al tunnel. Anche se le difficoltà legate alla crisi dei subprime, al caro carburanti e al crollo della fiducia da parte dei consumatori, metteranno a dura prova il settore ancora per parecchi mesi. La caduta verticale del mercato Usa a settembre (meno 25-30%), in proposito, ieri ha assestato un duro colpo al comparto.
In Europa l’indice auto è arretrato del 4% e per il titolo Fiat è stata un’altra giornata di sofferenza: meno 3,19% e valore dell’azione sceso a 8,64 euro. Ancora una volta, poi, il mercato ha «snobbato» le rassicurazioni dei vertici del Lingotto. Assente a Parigi l’ad Sergio Marchionne, impegnato all’assemblea di Ubs a Basilea, è toccato al presidente Luca di Montezemolo riconfermare «nella maniera più assoluta per il gruppo Fiat gli obiettivi sfidanti e importanti del 2008». Per Montezemolo il giudizio della Borsa non rappresenta «numeri, fondamentali, prodotti e opportunità della Fiat».
Denominatore comune dei top manager dei gruppi automobilistici è, comunque, l’auspicio che la bufera passi velocemente. «Penso che i primi segnali di un’inversione di tendenza si possano già vedere dalla metà del 2009, ma solo nel 2010 ci si potrà ritenere tutti quanti fuori dal tunnel», è il giudizio espresso da Ian Robertson, membro del consiglio di amministrazione di Bmw Group.
Ma è negli Stati Uniti che si vivono i momenti di maggiore apprensione, anche perché a soffrire oltre ai produttori locali sono ora anche le case europee e giapponesi. «Quello che penso - spiega al Giornale Mike Manley, vicepresidente esecutivo di Chrysler (meno 33% le vendite in Usa lo scorso mese) - è che il mercato resterà depresso anche nel 2009. Il finanziamento di 25 miliardi di dollari concesso dall'amministrazione Bush ai gruppi americani del settore sarà utilizzato, da parte nostra, per dare un ulteriore impulso all’innovazione tecnologica».
Chrysler, dopo la separazione da Daimler e il passaggio al fondo Cerberus, è la più piccola tra le case statunitensi. E proprio per questa ragione, vista anche la grave situazione economica americana, si rincorrono indiscrezioni su un possibile «spezzatino» del gruppo (i marchi sono tre: Chrysler, Jeep e Dodge) e, qualche mese fa, di un imminente ricorso all'amministrazione controllata. «È tutto falso - risponde Manley - e aggiungo che la nostra fortuna, in un periodo come questo, è di non essere obbligati a presentare bilanci trimestrali. Infatti, non siamo quotati in Borsa. Tutto questo consente a Chrysler di muoversi con un’agilità che ai tempi della Daimler il gruppo non aveva e di reagire più rapidamente alle situazioni che si presentano. Mi chiede se tra cinque anni Chrysler sarà quella attuale, esisterà ancora o finirà risucchiata da un colosso del settore? Il gruppo è solido e ha una strategia molto chiara. Inoltre ha nella flessibilità il suo punto di forza. Siamo pronti a stringere accordi strategici con altri (sulle trattative con Fiat per un’intesa commerciale negli Usa, il top manager però non fa commenti, ndr) e non abbiamo più l'ossessione di produrre 4 milioni di veicoli come in passato, rischiando di «ingolfare» il mercato. Siamo e vogliamo rimanere un piccolo costruttore da 2,6 milioni di unità».
Insomma, pur soffrendo la più piccola delle ex «Big Three» guarda con fiducia al futuro e fa capire che è proprio nelle sue dimensioni la chiave di volta per superare le difficoltà attuali.
Più preoccupato sembra invece essere Carl-Peter Forster, numero uno di General Motors Europa, secondo cui «i politici europei dovrebbero agire immediatamente: solo con i soldi in tasca e la fiducia nello scenario economico la gente è portata a comprarsi una nuova auto».