L’autocensura dei comici di sinistra

Arturo Gismondi

Qualche sera fa, nei Confronti di Gigi Moncalvo è stato riproposto un dialogo sulla satira politica, andato in onda su altro programma fra Serena Dandini e Dario Fo. Fra i quali si è svolto un breve e significativo scambio di idee. La Dandini lamentava la difficoltà di fare satira contro la sinistra al governo. «È diventato difficile», sentenziava. «Non solo difficile», era la risposta di Dario Fo «ma anche pericoloso». Meraviglia di Dandini che chiedeva spiegazioni. Seguiva la risposta di Fo. «Eh, sì, pericoloso perché la cosa crea disorientamento a sinistra, nel nostro pubblico, che non capisce...».
Poche battute, a loro modo istruttive. La Dandini, si intuisce, vive un certo imbarazzo, abbiamo sempre sfottuto Berlusconi, non possiamo insistere troppo sull’argomento, al potere c’è adesso la sinistra, non possiamo ignorarlo. Nella risposta, il consiglio di Dario Fo, che per un satirico di sinistra conta, Premio Nobel, oltretutto, si limitava a un consiglio, in pratica un invito all’autocensura: non possiamo dimenticare da che parte siamo, i nostri non capiscono, reagiscono male, si produce nelle loro file imbarazzo, sfiducia.
Insomma, sono cambiati i tempi, con la sinistra che si è accaparrata con tutte le maggiori cariche dello Stato, oltreché il governo, il potere identificato fino a ieri nel centrodestra, in Berlusconi e negli orridi «berlusconiani». Insomma: il potere, agli occhi di tutti, è passato di mano, di conseguenza, il tempo di una sinistra, e di un Pci, che si identificava con «il Paese pulito» in un’Italia che non lo era, secondo la definizione usata da Pasolini in uno dei suoi «scritti corsari» distillati dal Coriere negli anni ’70, non è più proponibile.
L’imbarazzo di Serena Dandini, come di altri che hanno imperversato e campato negli anni passati contro Berlusconi immagine e simbolo di ogni male, è piuttosto generalizzato. È lo stesso, per esempio, di Michele Santoro. Ai tempi belli c’era una opinione pubblica giustizialista, le tricoteuse facevano la calza sotto la forca, si sgolavano sotto il palco issato in una qualsiasi piazza d’Italia dalla quale il giornalista tramutato in capo-popolo arringava le folle contro corrotti e mafiosi. Ricordo una serata, in una piazza siciliana, nella quale si lanciarono accuse infamanti contro un mlitare dei carabinieri, che qualche giorno dopo si suicidò. E ancora oggi un figlio, e una famiglia, cercano giustizia.
Michele Santoro è tornato ma l’aria, attorno a lui, si è fatta più difficile. Il giustizialismo non è più una risorsa sicura, il potere non è più una entità malvagia da individuare in una parte politica contro la quale dirigere i propri colpi. Santoro se n’è accorto, il suo ritorno non è stato accolto con l’entusiasmo dei tempi belli da una sinistra politica che teme, ora, la demagogia una volta benvenuta per i suoi risultati. E gli indici d’ascolto hanno registrato la differenza in modo impietoso: da indici stratosferici, 26-27 per cento, siamo passati a livelli assai più modesti, meno della metà, che per il personaggio se non sono un flop costituiscono certo un ridimensionamento. E l’eco sui giornali si è fatto più cauta, e critica, o peggio. L’ultima inchiesta, sulla mafia in Calabria, ha suscitato proteste nel centro-sinistra, al governo nella regione.
Il problema è grosso per satirici e capi-popolo mediatici, cantautori col pallino della politica, ma lo è anche per una sinistra che nel passato è cresciuta affidando le sue chances al fascino di intellettuali prestigiosi, e ad un edificio culturale e ideologico ancora lontano dal rivelare la natura fatta di mistificazioni e di menzogne (venute in chiaro col fallimento dei regimi comunisti in Europa e nel mondo). Non è azzardato affermare che il post-comunismo, e una sinistra culturale povera di idee hanno finito per affidare le proprie chances ad apparati propagandistici che puntano sulla occupazione di vasti spazi nell’azienda pubblica di radio-televisione, sulla editoria, in un giornalismo che si nutre di culturally correct, di luoghi comuni o, come dice qualcuno, di luogo comunismo: la polvere, i detriti, i cascami delle certezze di un tempo. La sinistra non è più un mercato così sicuro.
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