L’autodifesa di Milanese: «È la vendetta di Viscione Mi odia per suo genero»

Massimo Malpica

RomaUna versione lunga 171 pagine. È la verità di Marco Milanese, il braccio destro di Tremonti accusato dall’imprenditore Paolo Viscione, suo amico e parente alla lontana, di avergli «venduto» a caro prezzo informazioni sulle inchieste a suo carico, insieme alla presunta promessa di una protezione che non impedirà a Viscione di finire a dicembre 2010 in carcere per frode assicurativa. Il 29 marzo Milanese va a Napoli per rendere dichiarazioni spontanee, e smontare le accuse del suo ex amico, divenuto nemico giurato dopo che Milanese, vicecommissario Pdl in Campania, boicotta a inizio 2010 la candidatura a sindaco di Cervinara del genero dell’imprenditore, Sergio Clemente. Viscione a quel punto chiude la porta a Milanese, ma cerca nuove entrature politiche e finisce intercettato col parlamentare dell’Idv Francesco Barbato, col quale il 6 marzo si sfoga rabbiosamente per la mancata sponsorizzazione politica di Milanese al genero: «Questo personaggio squallido - ringhia Viscione con l’esponente Idv, riferendosi a Milanese - ha costretto mio genero all’ultimo momento a candidarsi con il Pd».
Un quadro così delineato offre l’appoggio all’ipotesi che Viscione avesse il dente avvelenato con Milanese, e che questo possa aver avuto un peso nelle sue accuse. L’ipotesi emerge dagli atti grazie a quelle due ore e mezza di «spontanee dichiarazioni», un faccia a faccia serrato tra il pm Vincenzo Piscitelli e il braccio destro di Tremonti, accompagnato dai suoi avvocati, Franco Coppi e Bruno Larosa. Il Milanese che emerge dal verbale è spaurito, angosciato. «Scusi ma sono un po’ emozionato, mi perdoni, eh?», dice al magistrato mentre spiega il contesto dei suoi rapporti con Viscione, ricordando di averlo anche aiutato con le banche (presentandogli Palenzona di Unicredit e Ponzellini della Bpm).
«NON HO MAI PRESO SOLDI»
Sul tavolo le contestazioni del pm, nate dai quattro interrogatori di Viscione, tra cui le compravendite di barche e immobili che, secondo l’accusa, coprivano in realtà un «commercio» di nomine nelle società partecipate dal ministero dell’Economia, ma per il politico erano solo affari. L’argomento principe, nei rapporti tra Milanese e Viscione, sono elargizioni e «regali». Orecchini, orologi, viaggi a New York, una Ferrari Scaglietti, soldi (tanti) in contanti. Erano il corrispettivo delle «spifferate» sulle indagini a carico dell’imprenditore? Milanese nega. A cominciare dai contanti: «Dottore, guardi, mi deve credere, non ho mai preso soldi da nessuno (...) tantomeno da una persona che consideravo un parente, un amico». E i regali? «C’era uno scambio di regali, sì, una volta ha preso a mia moglie, a Capri, le ha regalato degli orecchini... ognuno ricambiava come poteva, se lui spendeva cento, io potevo spendere dieci». Così si arriva alle automobili. Nel 2006, racconta, «guadagnavo bene, lui (Viscione, ndr) mi invogliava, “sì, compra una fuoriserie”... e lui mi dava due, tre volte da provare questa Bentley (...) dico: guarda, se devo comprare una macchina così preferisco una Ferrari (...) lui dopo qualche giorno arriva, dice: “guarda, mi sono fatto fare un preventivo, questo è il prezzo che fanno” (...)». Duecentotrentaquattromila euro, spiega Milanese, dei quali solo diecimila come anticipo, e il resto in rate di leasing da 4.500. Che Milanese dice di aver pagato lui. Nell’affare Ferrari, dunque, Viscione avrebbe solo «indicato il concessionario».
«I SOLDI? RESTITUITI»
Altra questione, i due viaggi a New York. Il primo è a febbraio 2007. Tremonti era diretto a Washington per un convegno dell’Aspen Institute, e così Milanese pensa di organizzare un fine settimana a New York con la sua compagna, la portavoce del ministro Manuela Bravi. Ma è ancora sposato, anche se ha lasciato casa una prima volta, così, spiega, «ho detto a mia moglie che andavo col ministro», e per non far finire i nominativi dei biglietti sull’estratto conto della carta di credito, che arrivava alla moglie, chiede a Viscione di comprargli i biglietti. Ma giura: «Erano circa 6mila euro, o 6 o 7mila euro che gli ho restituito a due riprese».
«PAOLO, QUANTO TI DEVO?»
La storia, e il motivo dell’acquisto tramite Viscione, per Milanese si ripete in occasione di un secondo viaggio, sempre nella Grande Mela, previsto per l’ottobre 2009, rimandato prima a novembre e poi per Capodanno, con l’ulteriore complicazione di un cambio di hotel per poter pernottare nello stesso albergo di Flavio Cattaneo, Sabrina Ferilli e Christian De Sica. Viscione paga, Milanese dice di avergli detto «Paolo, cosa ti devo?», sentendosi rispondere «vediamo quando sarà». E dello stesso periodo è l’episodio dei tre orologi presi dal gioielliere Laurenti, che Viscione sostiene di aver pagato al politico. «Mi dice - racconta Milanese - se vai lì non pagare perché mi deve dare dei soldi, quindi non pagare, poi i soldi li dai a me». E uno dei tre, «che era uno da donna», Milanese dice al pm di averlo «pagato 7mila euro in contanti», e di aver cercato di saldare tutti i suoi debiti in occasione di una visita natalizia a casa Viscione: «Dico a Paolo: ti devo dare i soldi degli orologi e del viaggio (...) dice: facciamo i conti quando torni... dopodiché a gennaio succede il patatrac».
«PATRATRAC» ELETTORALE

Ossia, prosegue Milanese, «litighiamo a morte perché non ho candidato il genero (...) c’è stata questa deflagrazione di odio». Così, sempre per saldare i conti, il parlamentare sostiene di aver mandato a febbraio 2010 da Viscione un comune amico, l’imprenditore Alfonso Gallo: «Lui va lì, non dico che lo cacciò fuori ma poco ci manca, dice (...): “non voglio fare i conti, quando lo vedrò facciamo i conti”».
L’ODIO? CONVALIDE LE ACCUSE
Chi è allora Milanese? Un «amante del lusso» che si muove «in dispregio della legge», come dice il gip, o la vittima di una ritorsione di Viscione, che (ammette sempre il gip) prova un «sentimento di rancore» che potrebbe «minarne la credibilità»? Le verità di politico e imprenditore sono all’opposto. Ma quella di Viscione è finita pari pari nell’ordinanza d’arresto. Tanto che lo stesso gip finisce per sostenere che la lite per la mancata candidatura è l’«antecedente logico» dell’ira funesta dell’imprenditore, e dunque «ulteriore fattore di convalida dell’effettiva erogazione dei soldi e dei beni». L’odio per il politico «può al più aver contribuito alla decisione di denunciare le condotte del Milanese, non certo di inventarle».