L’autogol del Pd riavvicina Silvio e Gianfranco

Roma - E pensare che è anche merito di Dario Franceschini se Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini si ritrovano a pranzare a Montecitorio in un clima di sintonia e cordialità come non lo si vedeva da prima della nascita del Pdl. L’uscita del segretario del Pd sulle capacità educative del Cavaliere come padre, infatti, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: per il premier, che da mercoledì si è definitivamente convinto a giocare all’attacco di qui al giorno delle elezioni, ma pure per il presidente della Camera, convinto che con quella sortita Franceschini sia «uscito fuori dal recinto della politica» per «entrare a gamba tesa nella sfera familiare».

La questione, è ovvio, è uno dei principali argomenti di discussione dei novanta e passa minuti di faccia a faccia. Con Berlusconi che torna a lamentarsi della «gogna mediatico-giudiziaria» alla quale è sottoposto, a partire dalla vicenda Noemi fino ad arrivare alle motivazioni del caso Mills. Fini ascolta e annuisce. E non manca di esprimere la sua «solidarietà umana». «Da amico», insiste il presidente della Camera, perché «si è passati il segno». Il Cavaliere apprezza e ripete quel che già in mattinata aveva confidato ad alcuni esponenti del governo al termine del Consiglio dei ministri. «Sondaggi alla mano – spiega – l’accerchiamento sulla vicenda Noemi rischia di diventare un boomerang per chi l’ha cavalcato con tanto livore. Per questo non escludo di cavalcare la vicenda in campagna elettorale. Vogliono risposte? Gliele darò e poi vedremo come le giudicheranno gli elettori...».

All’ombra di quello che Berlusconi non esita a definire «un vero e proprio assalto», si va dunque rinsaldando il rapporto tra il premier e Fini. Con qualche segnale che si era avuto già nei giorni scorsi se mercoledì un editoriale del Secolo d’Italia firmato con lo pseudonimo Carla Conti elencava tutte le ragioni per cui «ora Fini sfonda anche a destra». Quasi un manifesto politico a sostegno dell’azione di governo. Già, perché è vero che il presidente della Camera sta giocando una partita guardando al futuro del Pdl, ma è altrettanto vero che se questo futuro si rivelasse troppo prossimo rischierebbe di coglierlo impreparato.

Insomma, «l’assedio» al Cavaliere non fa comodo a nessuno. Soprattutto quando un ministro solitamente cauto come Maurizio Sacconi si spinge a dire che «gli italiani, se necessario, sono pronti a rivotare per sostenere il presidente che hanno scelto» visto che «si cercano armi improprie per farlo fuori». Un’ipotesi evidentemente non proprio di scuola.