Con l’autoironia è (quasi) uscito dall’ombra del padre

Christian De Sica è stato - innanzitutto - un figlio: situazione che privilegia e inibisce insieme. Ma tempo e «censura» tv sul bianco e nero hanno ormai cancellato l'impronta del padre. Chi ha meno di quarant'anni - cioè chi da venticinque vede i film natalizi di Christian - nulla sa di Vittorio, dei suoi film da attore (da Gli uomini che mascalzoni a Pane, amore e fantasia) e da regista: Un garibaldino al convento, Teresa Venerdì, I bambini ci guardano, Sciuscià, Umberto D, La ciociara, Il giardino dei Finzi Contini. Nemmeno gli Oscar evitano l'oblio. Nella memoria collettiva di mezz'Italia, quella più giovane, di Vittorio resta solo Christian, che vi ha sempre giocato in pubblico e, forse, sofferto in privato. Per darsi una dimensione sua, uscendo dal riflesso altrui, Christian è ricorso all'autoironia: per intelligenza e per necessità. Ma non poteva uscire del tutto dal cerchio magico attorno all'ombra di Vittorio. Il Mereghetti 2006 (Baldini & Castoldi), recensisce così il suo 3, da lui scritto, diretto e interpretato dieci anni prima: «Come regista De Sica manca di ritmo e di idee; come sceneggiatore di coraggio, come attore dimostra soprattutto una somiglianza col padre». Parole come pietre.
Se Christian De Sica durerà in servizio ancora una decina d'anni - ma quale ruolo gli resta, dopo quelli del giovane e del maturo vitellone, se non quello del vecchio porco, già ambito dal coetaneo Michele Placido?-, la generazione che per prima ha amato i suoi film prenderà il potere. Nuovi critici lo risarciranno, come altri hanno risarcito Totò e Franco&Ciccio. Però il miglior paragone per Christian De Sica è Walter Chiari, più bravo ed eclettico di lui, ma rimasto egualmente prigioniero del personaggio del vitellone, al punto che il pubblico che gli voleva bene non l'aveva seguito quando aveva incarnato personaggi allegramente malinconici, come nel Giovedì di Dino Risi. Gli era andata meno bene con Io, io io e gli altri, l'ultimo successo di Blasetti, dove era un giornalista malinconicamente cinico, somigliante a Montanelli. E nessuno aveva voluto piangere con lui nel piccolo gioiello di Massimo Mazzucco: Romance. Walter Chiari è morto povero.
Christian De Sica invece si muove ancora ed è ricco, a giudicare dagli incassi di Natale a New York. È vero che Christian l'ha solo interpretato; ma è anche vero che, chi va a vedere quel film, ci va perché c'è lui, senza nemmeno sapere che lo dirige Neri Parenti e che lo produce Aurelio De Laurentiis. Resta che questa trimurti è un'eccezionale macchina da cinema e che, se si svincolasse dal «pecoreccio», risolverebbe vari problemi del cinema italiano. Ma gli incassi terrebbero? Il critico opta per l'ottimismo della volontà, ma capisce che il produttore si tenga al pessimismo della ragione. Comunque è un loro merito portare la Suburra al cinema: serve al medesimo per campare e toglie per due ore dalle strade chi ci sta anche troppo. Almeno in questo la pratica del Natale di Christian è più utile dello Sciuscià di Vittorio.