L’autonomia della fede

Rosy Bindi soffre per la posizione della Chiesa. Non si attendeva una reazione così ferma contro i suoi «Dico». La sofferenza va sempre rispettata. Anche se in questo caso essa nasce da incomprensione: il ministro non vuol capire come negli ultimi anni si sia trasformato il rapporto tra la Chiesa e la politica.
La Bindi, reduce democristiana di sinistra, ricorda con nostalgia quando il partito unico dei cattolici era il braccio secolare della Chiesa, non aveva concorrenti e, per questo, nella gestione del monopolio poteva permettersi una grande autonomia.
Fino a pochi anni fa, i catto-comunisti hanno utilizzato questa autonomia per spostare il baricentro del sistema verso sinistra, ritenendo che su quel versante si trovassero valori di uguaglianza e solidarietà più prossimi all'essenza del cristianesimo. Ma tutto ciò appartiene al mondo di ieri. Oggi non c'è più il comunismo e si è trasformato in profondità l'equilibrio geo-politico del pianeta. Si è modificato, di conseguenza, anche il sistema politico italiano che ha finalmente conosciuto l'alternanza di governo. Ed è cambiato anche il rapporto della Chiesa con la politica. Il pontificato di Giovanni Paolo II ha rappresentato, in tal senso, la svolta. Per il Papa polacco infatti - per la sua provenienza da una Chiesa del silenzio e per l'impostazione universalistica del suo magistero - l'esperienza della Dc non poteva che avere un valore limitato. La sua pastorale è stata culturale: la Chiesa di Karol Wojtyla non avrebbe più accettato di offrire indicazioni di voto, non avrebbe più avuto riferimenti privilegiati né avrebbe coperto, in un rapporto di scambio, le mediazioni del proprio braccio secolare. Si sarebbe interessata d'altro: che i cattolici fossero prima di tutto dei credenti e che, sulla base di pochi principi non disponibili, potessero compiere in autonomia le proprie scelte. Il suo rapporto con la politica si è così laicizzato, altro che il neo-temporalismo del quale l’accusa la sinistra. Questa svolta consente alla Chiesa - e oggi a Benedetto XVI - di parlare più liberamente, di intervenire sulla società senza mediazioni, accettando che i propri fedeli scelgano in autonomia a chi dare il proprio voto. Di fronte a questo cambiamento i post-democristiani (alla Bindi), appaiono disorientati e in regresso e trascinano in questa confusione tutta la Margherita.
Sui temi etici, per non rompere con la componente della sinistra radicale, i cattolici democratici avrebbero bisogno di impostare il rapporto con la Chiesa nei termini dell’antica mediazione concordataria. Ma è proprio questo che la Chiesa di Benedetto XVI non può e non vuole concedere. I cattolici democratici dovrebbero prenderne atto e non considerare più un dogma la loro appartenenza a sinistra. A questo punto, a essi non resta che scegliere: entrare in conflitto con le ragioni della loro fede o fare chiarezza e pagare il prezzo della rottura definitiva dell’Unione.