L’autore chiama a raccolta i colleghi per regolare i conti con il suo mondo

Da Virzì a Sorrentino, sono molte le comparse autorevoli in un film che non risparmia frecciate (come quella a Risi)

Michele Anselmi

Ma sì. In margine al Caimano anti-berlusconiano, ci si può anche divertire a cogliere sfottò, citazioni e strizzatine d'occhio che trapuntano il film. Un sottotesto tra l'ironico e il cinefilo destinato ad essere decifrato solo dagli spettatori più attenti. A farne le spese per primo, al pari dell'Alberto Sordi di una famosa invettiva, è il valetudinario Dino Risi. Nel libro I miei mostri, il regista del Sorpasso scrive: «Quando vado al cinema e vedo un film di Nanni Moretti, penso: spostati, Nanni, e lasciami vedere il film». Battuta fulminante, finto-cinica, che Moretti restituisce con una punta di malinconico risentimento, immaginando che il produttore incarnato da Silvio Orlando venga escluso dalla festa per i novant'anni di Risi: «Sai, lui non mi invita più», confessa.
Per palati più fini, invece, il riferimento a Marco Bellocchio, in gioventù cineasta maoista, intruppato in Servire il Popolo, come attesta l'indimenticabile Viva il Primo maggio rosso e proletario. E proprio al Bellocchio filo-cinese (nonché comunista marxista-leninista) rimanda la sequenza d'apertura, dove Paolo Virzì che, come usava allora fare il dispotico segretario Aldo Brandirali, celebra un terrificante matrimonio tra compagni sotto l'effigie col sole nascente del Grande Timoniere. Un film nel film: Cataratte. Con i due futuri sposi incarnati da Paolo Sorrentino, sì il regista di Le conseguenze dell'amore, e da Margherita Buy, qui nei panni di Aidra, una specie di eroina guerriera che anticipa la Uma Thurman di Kill Bill.
E che dire della tenda eretta in camera da letto, ma già periclitante, dentro la quale si rinchiudono il produttore con i suoi due bambini, come a isolarsi dal mondo dopo la sconfitta? Qualcosa del genere succedeva ai tre adolescenti in fregola del bertolucciano The Dreamers, poco prima che il sampietrino volato da fuori spaccasse il vetro per far entrare l'aria pulita del Maggio. Magari non se accorgeranno gli intellò transalpini, ma la frecciatina non passa inosservata, poco amando Nanni, notoriamente, il culto nostalgico-sessantottino.
Naturalmente, Virzì e Sorrentino non sono i due soli cineasti in partecipazione amichevole. Dentro una logica di affettuosa consorteria, ecco spuntare Matteo Garrone (il direttore della fotografia), Antonello Grimaldi (il direttore di produzione senza un soldo), Jerzy Stuhr (il coproduttore polacco), Carlo Mazzacurati (il cameriere oltraggiato dall'arrogante critico gastronomico che finisce infiocinato), Stefano Rulli (il giudice che condanna Berlusconi-Moretti). Soprattutto si impone Giuliano Montaldo nei panni di Franco Caspio, il regista avanti con gli anni che non riesce più a dirigere un film. Poi però, coi soldi della Rai, gira Il ritorno di Cristoforo Colombo, e il pensiero corre al glorioso Marco Polo di tanti anni fa. E come dimenticare Tatti Sanguineti, che fa il verso a se stesso, nel ruolo di Peppe Savonese, critico entusiasta in vena di stracult?
Moretti sogghigna a un certo punto: «In Italia è sempre tempo di commedia». E qui il montaggio malizioso salda la battuta alle immagini del vero Berlusconi; ma intanto il regista ha trovato il modo di autocitarsi spudoratamente mettendosi a cantare in macchina sopra Lei di Adamo, un po' come faceva con Insieme a te non ci sto più nel precedente La stanza del figlio. Quanto ai fantasiosi titoli dei filmacci prodotti dal protagonista, che forse allude al vero Galliano Juso, si ride in sala per quel Maciste contro Freud. Però esiste, nella realtà, Zorro contro Maciste.