«L’autore dei cori? Peggio di chi uccise papà»

Marco Intravaia: «Sono terroristi. Capirebbero solo se perdessero il padre come è accaduto a me e poi dovessero riconoscerlo a pezzi»

Emanuela Fontana

da Roma

«Non si può spiegare, non capirebbero qualsiasi parola usassi, perché sono senza cuore. Forse l’unico modo sarebbe se provassero quello che ho provato io. Perdere un padre in quel modo, riconoscerlo a pezzettini all’obitorio dopo che è saltato su centinaia di chili di tritolo. Perderlo a sedici anni, oltre il fatto che non lo vedevo da quattro mesi». Sono passati poco più di tre anni da quel giorno in cui Marco Intravaia ha perso il papà, il vicebrigadiere Domenico Intravaia, «a pezzettini». Ora ha 19 anni, più o meno la stessa età del gruppo di ragazzi che alla manifestazione di sabato per la Palestina hanno bruciato il fantoccio di un soldato italiano in via dei Fori Imperiali e hanno intonato per più di dieci volte «L’Italia dall’Irak deve andare via-dieci cento mille Nassirya».
Quando senti questi cori che sensazione hai?
«All’inizio mi prendeva la nausea, il vomito. Ora ho capito che non devo più farci caso come prima, perché è gente malata, gente che non si rispecchia in quei valori della Costituzione importantissimi in cui si ritrovano la maggior parte degli italiani. In quei valori per i quali mio padre e gli altri colleghi sono partiti per affrontare una missione di pace e hanno sacrificato la loro vita per la pace di un popolo e per l’onore della propria patria».
Perché secondo te questi ragazzi si comportano così?
«Hanno un odio enorme per le forze armate che non so da dove provenga. Li definisco dei terroristi alla pari di quelli che hanno ucciso papà, forse sono anche peggio. Sono degli assassini, perché uccidono per la seconda volta persone morte in modo così drammatico e offendono anche le loro famiglie che sono straziate da un dolore immenso. Ma offendono anche la maggioranza degli italiani che credono in quei valori per i quali i caduti hanno perso la vita. La mia speranza è che siano una minoranza, perché se così non fosse, la nostra Costituzione non avrebbe più senso di esistere e dovrebbe essere riscritta, e tutte le parole che dico nelle scuole dove sono invitato sarebbero inutili. Identificano i martiri di Nassirya come di destra perché sono partiti durante un governo di centrodestra. Ma i caduti di Nassirya non appartengono a nessun colore politico. Appartengono a tre colori, che sono quelli della bandiera italiana».
Uno degli slogan della manifestazione diceva: «L’unico tricolore da guardare è quello sulle bare»...
«Il tricolore sulla bara l’ho dovuto guardare io, non penso che l’abbiano guardato loro. Quantomeno mio padre è morto da eroe e ha avuto l’onore di essere coperto dal tricolore. Queste persone non entreranno mai a far parte della storia come papà, mai. E le aule del Senato non devono essere intitolate a Carlo Giuliani, ma a uomini che hanno perso la vita per le istituzioni, non a uomini che hanno cercato di minarle».
Perché, a tuo parere, gli autori dei cori non sono mai stati fermati?
«I centri sociali da cui provengono devono essere chiusi, perché non fanno altro che seminare violenza e minare l’integrità del nostro Stato democratico. Si è oltrepassato ogni limite. Non ho paura di affrontare questa gente e di criticarla, perché non dobbiamo avere paura».
Cosa chiedi ai politici?
«Il mio appello alle istituzioni è di non prendere parte a queste manifestazioni perché il fatto che presenzino ci ferisce doppiamente. Sono contento che i cori di sabato siano stati disprezzati e ci siano state condanne da parte di entrambi gli schieramenti. Ringrazio il capo dello Stato. Ma qualcuno ha presenziato alla manifestazione nonostante si sapesse che ci sarebbe stato un rischio del genere. Invito i politici a lasciare isolare questa minoranza di stupidi individui. Inizialmente erano solo a queste grandi manifestazioni di Roma. Ma il 12 novembre erano anche a Modena, poi in Sicilia. Per questo chiedo allo Stato di intervenire e di bloccare questa espansione».
In che modo?
«Una cosa che potrebbero fare i politici è onorare i caduti al cento per cento con le giuste onorificenze. Magari questi cori non si fermeranno ma, se i caduti saranno dichiarati eroi dello Stato, non avranno bisogno di essere difesi dai loro familiari. E poi devono identificare e punire severamente questi individui che offendono in maniera così pesante e grave lo Stato italiano. Perché non è stato fatto? Spero che agiscano adesso. Siamo stanchi di sopportare quest’altro dolore».