L’autorità del Cavaliere oltre un governo dai poteri limitati

Finora l'esecutivo era stato la Cenerentola delle istituzioni. Il contrario di quanto accade all'estero. La Lega tende ad agire unilateralmente. E la maggioranza è davvero all'altezza del suo leader?

Secondo una celebre battuta attribuita a Benito Mussolini, governare gli italiani non è impossibile ma è inutile. Dopo tanti paragoni tra Berlusconi e Mussolini, sembra ora evidente che le due storie si diversificano radicalmente. Berlusconi accetta di governare l'Italia con la sua maggioranza quando la sfida della realtà va oltre le liturgie istituzionali della nostra Repubblica.

Il governo affronta a livello nazionale, come accade a tutti i governi, una crisi che è mondiale senza che esista un governo mondiale. Sui governi nazionali cadono quindi responsabilità che vanno oltre il diritto vigente e soprattutto le consuetudini che su quel diritto si sono fondate. Il potere dei governi nazionali è stato eroso sia a profitto delle istituzioni internazionali e, nel nostro caso europee, sia a quello delle istituzioni locali. Sicché la sfida eccezionale è affrontata con poteri diminuiti e, nel nostro Paese, dove il governo è la Cenerentola delle istituzioni, affrontare la crisi sotto il peso di esorbitanti istituzioni di garanzia, diviene una sfida ancora più complessa che negli altri Paesi.

Il presidente del Consiglio chiede al Parlamento di consentirgli quei poteri che hanno i primi ministri in tutti i Paesi a regime parlamentare e, ovviamente, molto minori di quelli del presidente della Repubblica nei regimi presidenziali.

Un governo di unità nazionale non avrebbe oggi più forza, dato il clima di conflitto civile che percorre tutta la sinistra incalzata da Di Pietro e logorata dalle sue divisioni ideologiche: non avrebbe più autorità del governo Berlusconi.

È stato scritto che lo «Stato c'è». Non a caso questa espressione è stata calcata sul modello di quella che afferma: «Silvio c'è». La coalizione berlusconiana di centrodestra assume il governo del Paese in una situazione che il disastro aquilano rende ancora più grave. La sua potenza di distruzione supera quella degli altri terremoti. Ma l'Aquila è una città della storia e ridarle vita sfida l'essenza della nazione.

Berlusconi non si è sottratto alla sfida di governare e ha dato all'intervento del governo una dimensione personale, ha aggiunto di suo una autorità che purtroppo il governo italiano ha perduto come potere istituzionale. E quello che Silvio chiede è di dare al governo il rilievo che la prassi costituzionale gli ha negato a vantaggio del capo dello Stato, della presidenza delle Camere, della Corte costituzionale.
Si pone anche il problema se la maggioranza sia all'altezza del suo leader. Infine è lui, e non la maggioranza, che è stato investita dalla fiducia degli italiani. Un incidente parlamentare creato, come pare, dai deputati del Pdl, può essere politicamente spiegato con l'unilateralità che la Lega imprime alla sua «delegazione» al governo, al suo farsi parte per se stessa per conseguire più voti alle elezioni europee e amministrative. La Lega deve dire, di fronte alla sfida dell'economia e dell'Abruzzo, se la Padania è una espressione geografica o se configura ancora uno scisma dell'unità della nazione. Ma il presidente della Camera dovrà comprendere che la necessità della grande crisi non si affronta con le consuetudini parlamentari e che il compito del Parlamento è in primo luogo quello di essere responsabile innanzi al popolo acconsentendo a quello che il popolo chiede: un governo che corrisponda al sentimento dell'unità della nazione e che esprima quel coraggio che i soccorritori dei terremotati dell'Aquila hanno così esemplarmente donato al Paese.

Per questo, innanzi alla sfida aquilana, Berlusconi ha riproposto il suo problema: perché il governo possa governare occorre che il Quirinale e le Camere consentano al governo di essere quello che è. Esso non è la parte «dignificata» del paese ma è la parte «efficiente», per usare una celebre distinzione che risale a due secoli fa, pronunciata dal fondatore dell'Economist. È «l'efficienza» dello Stato.