L’autunno bollente dello spreco

Indignazione è la prima parola che mi viene in mente. Più del caldo che mi tocca patire inerme dinanzi a una amministrazione comunale che non riesce a far spegnere i riscaldamenti un giorno in cui a Milano si è giunti a ventiquattro gradi. Faccio un’udienza in un palazzo di Giustizia da terzo mondo ma in una stanza con le finestre aperte perché «avvocato si muore dal caldo e non si può spegnere» mi dice il cancelliere. Arrivo negli uffici di via Marino passando da una piazza del Duomo fitta di turisti con ai piedi delle ciabatte infradito e magliette a maniche corte, e trovo finestre spalancate e colleghi sudati che «ci siamo lamentati tante volte ma vedrai non riuscirai a fare nulla» per far spegnere il riscaldamento in un giorno in cui si muore dal caldo. Sì, si muore dal caldo e saranno morti (anche) a causa del caldo sprecato ora i «barboni» che ne avranno punto sotto Natale. Altro che ticket di ingresso per limitare le immissioni insalubri, forse sarebbe il caso di iniziare da assessori in grado di far rispettare il buon senso. Non riesco a credere che occorrerà attendere una provvidenziale rivoluzione culturale perché sia chiaro che ci si copre e riscalda quando fa freddo e ci si refrigera quando fa caldo. Non posso però non riscontrare che oramai ci si è abituati a qualsiasi aberrazione e che... «tanto non gliene frega niente a nessuno» e poi chissà tra quanti anni arriveranno i tempi in cui la Terra non avrà più risorse e di chi saranno quei figli che saranno costretti a vivere in un mondo disumano perché i loro padri non si stupivano più di nulla? Che città sarebbe quella che non si indignasse dinanzi a persone viste buttare pane intriso di petrolio nel Naviglio? La stessa che non dice nulla in un autunno caldo a finestre aperte con termosifoni bollenti.
*Consigliere comunale dell’Ulivo