L’autunno di Knut, ribelle vagabondo

Torna, «in sordina», un classico dell’autore premiato con il Nobel per la letteratura nel 1920

Con il tempo non si cresce, si invecchia. «L’età non porta nessuna maturità, l’età porta solo la vecchiaia». È la verità che, toccando il mezzo secolo di vita, ammette in sordina l’autobiografico personaggio cui Knut Hamsun assegna il proprio vero nome - Knut Pedersen - e un comune destino di vagabondo. Aveva cinquant’anni lo scrittore norvegese nel 1909 cui data Un vagabondo suona in sordina (Iperborea, pagg. 208, euro 13; nuova traduzione di Fulvio Ferrari): coetaneo dell’alter ego seguito come un’ombra già nel precedente Sotto la stella d’autunno, scritto nel 1906 (Iperborea, 1995).
Non erano trascorsi che tre anni, dunque, dacché i due Knut si erano incamminati fianco a fianco; sei, nella finzione narrativa, dall’avventura stellare e autunnale del protagonista, al suo ritorno sul luogo dell’amore antico: la fattoria del capitano Falkenberg nelle campagne ancestrali e patriarcali di Øvrebø. Il paesaggio è lo stesso: maestosa la montagna, fiorito il bosco che promette di arrossarsi di bacche al ritorno dell’autunno. Eppure l’idillio è svanito. E non tanto per l’assenza inquietante dell’amante di un tempo. Il tempo, appunto, ha mutato ogni cosa: ha trasformato ogni bellezza - dell’amata, della natura, del ricordo di una storia - in letteratura. «Ormai considero una donna - o il mio zelo ardente di giovane bracciante - come considero la letteratura», nota tra sé la voce che racconta.
Il tempo ha cambiato in pochi anni il passo del viandante e gli accenti del narratore. Le due cadenze sono sincronizzate e in sintonia: risponde infatti alle indicazioni di ritmo e intonazione messe in chiave dall’autore il vagabondo che per eseguirne la composizione Suona in sordina. E la melodia suona stridula, dissonante, certo non più sognante. È la colonna sonora ideale per la stagione del disincanto. Delle utopie politiche perdute per il tradizionalista-reazionario? Comunque ribelle - che vagheggiava l’aristocrazia terriera e la nobiltà rurale di una società spazzata via dai tempi moderni e dalla democrazia. È la tonalità della stagione che, più fatalmente di un autunno delle stelle, intacca la forma narrativa: non più lineare e compiuta come quella che, appena tre anni prima, poteva chiudere nella cornice del romanzo lo splendore di una favola idilliaca. Nel 1909 Hamsun avviandosi alla dorata maturità, scriveva il suo capolavoro di arditezza stilistica. Che, sviluppato attraverso strategie del racconto spiazzanti - omissioni, allusioni, riferimenti sottaciuti da un romanziere discontinuo e «inaffidabile», lo dice Ferrari - rimane tra i suoi libri più belli.