L’«Avvenire» ci porterà il «comunismo cristiano»

Nella pagina dedicata allo scandalo dai risvolti pecorecci che vede coinvolti Vittorio Emanuele di Savoia e alcuni dirigenti della Rai e di partito, Avvenire è uscito martedì scorso con questo titolo: «Rai, parte indagine interna. Intanto Meocci si dimette». Il lettore del quotidiano della Conferenza episcopale era così indotto a ritenere che il direttore generale c’entrasse in qualche modo con la torbida vicenda. Niente di più falso.
Non sussistendo tra i due fatti il minimo collegamento, nessun giornale ha osato tanto. Neppure L’Unità. La Repubblica, che è La Repubblica, ha correttamente pubblicato la notizia delle dimissioni di Meocci a sei pagine di distanza dai servizi sui presunti favoritismi di natura sessuale. Avvenire no. Per il suo direttore Dino Boffo tutto fa brodo: scodellare nello stesso piatto, e via andare. Perché il giornale dei vescovi non ha invece scritto che il cattolico Meocci, con rara sensibilità istituzionale, s’è dimesso, pur non avendo alcun obbligo di farlo, per tirar fuori l’azienda da una situazione d’impasse, come gli ha riconosciuto, ringraziandolo, persino il presidente diessino Claudio Petruccioli? Perché non ha evidenziato che è il primo direttore generale della Rai a liberare di sua sponte la poltrona (nonostante sia tuttora in attesa d’una sentenza del Tar che potrebbe risultargli favorevole), dopo che già s’era autosospeso dallo stipendio? Perché non ha commentato il fatto che sia stato indecentemente tenuto appeso al gancio per nove mesi da un’authority – quella delle comunicazioni presieduta da un magistrato-poeta autore di storie «di palpitante erotismo» – che costa 40 milioni di euro l’anno e che avrebbe dovuto decidere sull’incompatibilità in poche settimane?
Strano tipo, questo Boffo, arrivato al vertice di Avvenire, e di Sat2000, e del circuito radio InBlu, cioè di un’intera galassia informativa, avendo diretto in vita sua soltanto il settimanale diocesano di Treviso. In precedenza era stato responsabile dei ragazzi di Azione cattolica e poi segretario della stessa Ac. Una conferma che in seno a Santa Madre Chiesa v’è speranza per tutti. Quando fui nominato vicedirettore del Giornale, al primo editoriale mi telefonò tutto complimentoso. Ho sempre pensato che fosse un estimatore, se non proprio un amico. Fino al 3 giugno, quando mi ha comunicato che Avvenire non avrebbe recensito il mio Dizionario del buon senso «perché, vabbè che siamo cattolici, ma non si può sempre perdonare». E fortuna che il giorno prima era stato in udienza dal Papa.
Mi ci è voluto qualche minuto per capire che cosa mai dovessi farmi perdonare da Boffo: molti mesi prima avevo intervistato Maurizio Blondet, un ex inviato di Avvenire, licenziato in tronco per giusta causa. Non potevo certo esimermi dal raccontare quale fosse questa giusta causa: le accuse d’insufficienza culturale lanciate da Blondet al suo direttore. Ma erano appena dieci righe su oltre 500 d’intervista riguardante tutt’altro tema. «Non sono piaciute né a me né a qualcun altro», mi ha notificato stizzito Boffo, con l’intonazione di chi sta pronunciando una «q» maiuscola. Lì per lì ho pensato che si riferisse a Dio. Poi mi sono ricordato che nelle dieci righe era citato anche il cardinale Camillo Ruini, il suo editore. Chissà se entrambi rammenteranno le intere paginate d’intervista che ho riservato, prima di Blondet, a Gianni Gennari, Riccardo Cascioli e Roberto Beretta, tutte firme di Avvenire. Sono un vero persecutore.
Temo d’avere un’altra colpa irredimibile agli occhi del direttore con i baffetti da sparviero: il mio libro reca la prefazione di Vittorio Messori, per molti anni prestigioso collaboratore del quotidiano della Cei, che Boffo ha in uggia, forse perché è uno scrittore che ha fatto di più per la fede cristiana di quanto non riesca a fare Avvenire. Ora il foglio dei vescovi s’affida a editorialisti di tutt’altro segno. Quello che Boffo idolatra è Vittorino Andreoli. Conosco lo psichiatra-scrittore da trent’anni. Abita a un chilometro da casa mia. A un certo punto ero quasi riuscito a strapparlo al Corriere per portarlo in questo giornale, il più lontano dalle sue idee, dove si sarebbe esercitato solo sul suo specifico. Alla fine il professore ha preferito accasarsi presso il quotidiano confessionale.
Il direttore di Avvenire ha delegato ad Andreoli il compito di ridefinire addirittura i principia della religione cattolica. Nel giorno del Signore gli assegna ben due pagine per un’omelia laica, manco fosse un’enciclica di Benedetto XVI. Tre domeniche fa in quest’oceano di piombo brillava un capoverso aureo che cominciava così: «Uno dei temi che maggiormente mi affascina è certo quello del “comunismo cristiano”», e finiva così: «Per chiunque si sia infiammato per il pensiero di Karl Marx ciò risulterà di estremo interesse».
Ma poi: i pii lettori di Avvenire l’avranno mai letto un romanzo di Andreoli? Una piroga in cielo, pagina 60: «I loro ca..., uno nero, uno bianco, in quel buio avevano perso i colori. Kouniò Baràm si piegò come un cane mansueto, con le zampe anteriori nell’acqua. Carmelo gli divaricò le gambe e lo inc...». Miei i puntini di sospensione. Ho citato a caso. Potrei riempire altre due pagine (di giornale) con allegrezze analoghe, e anche peggiori. Me ne astengo per non turbare Giuseppe Camadini, consigliere d’amministrazione di Avvenire, di sicuro alieno da certe letture, visto che un giorno mi ha invitato a pranzo per mostrarmi l’epistolario di Paolo VI affidato alla sua custodia.
All’udienza del 2 giugno Boffo s’è congedato da Papa Ratzinger con queste parole: «Ci benedica, Padre Santo. Benedica i nostri lettori, i nostri abbonati, i nostri radioteleascoltatori, i nostri collaboratori». Soprattutto i collaboratori, direi.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it