L’avventura del laghèe nel mare delle note

Le ballate del cantautore monzese, comasco di adozione, domani sera al Mazda Palace

Antonio Lodetti

Che stile può avere uno che si ispira al blues di Robert Johnson, alla canzone di protesta di Woody Guthrie e alle ballate di Celentano? Naturalmente lo stile di Davide Van De Sfroos, ex cantautore di culto e ora icona folk del panorama musicale italiano che domani sera tiene concerto al Mazda Palace all’interno della Festa dell’Unità.
Così continua a proporre le sue ballate, ora realiste ora surreali, con suoni che pescano nel lago di Como e nelle paludi del Mississippi, per ricuperare sia lo spirito della sua terra, «sia quello di una tradizione che non mi appartiene ma che sento vicinissima. Amo eroi popolari americani come Woody Guthrie e Johnny Cash. So che il blues e il folk non sono la musica del lago di Como, ma io sono come un pescatore di pezzi di vetro che recupera sempre qualcosa».
Non perde l’entusiasmo da guascone con cui mischia amarezza e ironia, gioia e dolore, poesia e cultura popolare fondendole nelle sue particolarissime ballate cantate per la maggior parte in dialetto. Quel dialetto che per molti è sottocultura e che per Van De Sfroos - come per Pasolini - è il modo più diretto per raccontare la vita. Certo, lui non si inventa niente; con il suo linguaggio antiretorico - che lui stesso definisce «iperrealista», racconta storie di contrabbandieri, ubriaconi da bar, varia umanità che popola i paesini delle sponde del lago.
Lui gioca con l’ironia e il colorismo etnico alla Bregovic (ma il suo riferimento è l’eroe Cajun-rock della Louisiana Zachary Richard) senza guardare in faccia nessuno. Molti partiti lo hanno tirato per la giacchetta ma lui non si fa etichettare né si schiera. «Sono un disadattato politico quindi lotto per essere libero nel senso più totale del termine».
Il suo spettacolo è un intrigante misto di momenti intimisti e cabaret, di poesia e gag tenuti insieme dal collante ideologico della musica ora vicina al country (il cavallo di battaglia I cauboi), ora la ballata cantautorale e polemica (la tagliente Pora Italia), ora gli accenti folk (la melanconica Sciur Capitan) fino a chiudere il cerchio Con I ann selvadegh del Francu, versione «laghee» della Frank’s Wild Years di Tom Waits. In fondo non fa differenza se invece che nella San Fernando Valley il brano è ambientato in Val d’Intelvi. La canzone fa venire ugualmente i brividi. «Ognuno ha la sua percentuale di maledizione, sia che beva whiskey Southern Comfort o Cinzano bianco. Waits ce l’ha sulle strade della provincia americana, i rapper nei ghetti di New York, io tra monti e valli».
Naturalmente non mancheranno i pezzi, profondi e intensi, del suo ultimo album Aquduulza, compresa Cara Madonna, elaborazione dell’Ave Maria di Schubert. «Non scrivo canzoni per mettere in fila parole, ma provare a suonare buona musica oggi è quasi un reato; andrebbe tutelata come il tartufo nero». La sua voce sporca e ruvida è il miglior timbro per le sue ballate («ve l’immaginate Neil Young che canta con voce pulita?», commenta Van De Sfroos) che ora è molto apprezzato in tutta Europa e ha suonato persino con il grande armonicista blues Sugar Blue. «Il dialetto non è una barriera. Faccio come i Chieftains quando vengono da noi; ci capiamo con il ritmo e la melodia».
Van De Sfroos, Mazda Palace, via Sant’Elia 33, domani ore 21.30, ingresso libero