L’avventuroso Cernuschi, rivoluzionario in frac

Elegantissimo sulle barricate durante le Cinque Giornate di Milano, rifugiò a Parigi, dove si diede agli affari e all’arte

Chi è stato a Parigi ed è passato dal Parc Monceau ha certamente visitato il Musée Cernuschi, celebre per la raccolta di preziose opere d’arte orientali. Tutti ricorderanno la gigantesca statua giapponese del Buddha di bronzo alta quasi cinque metri e, oltre alle suggestive figure dorate di divinità e di animali, il vasellame in terracotta del 2000 a.C., le antiche ceramiche bianche cinesi della dinastia Chang Yin (1300 a.C.). Pochi sanno però che il donatore di tali e tanti reperti e del palazzo che ospita il museo era un italiano rifugiatosi in Francia: Enrico Cernuschi (1821-1896), milanese, eroe delle Cinque Giornate, protagonista del nostro Risorgimento e poi, costretto ad abbandonare l’Italia, finanziere, economista, uomo d’affari di primissimo piano (famose le sue trattative con l’Egitto in concorrenza con i finanziamenti britannici per la partecipazione economica della Francia al Canale di Suez).
Una personalità complessa che ora rivive in tutte le sue sfaccettature grazie al lavoro di Nino Del Bianco Enrico Cernuschi (Franco Angeli, pagg. 246, euro 22). Il saggio, sulla base della corrispondenza e dei documenti scoperti dall’autore negli archivi di Parigi, Milano e Roma ripercorre tutte le tappe di questa vita avventurosa, segnata da successi e sconfitte, ma sempre all’insegna del coraggio, della fiducia in se stesso e della coerenza con le proprie idee. Scrive infatti Del Bianco: «Fu l’artefice di una cospicua fortuna, ricevette alti riconoscimenti e visse insieme l’asprezza delle polemiche e delle calunnie». Asprezza e calunnie dovute alla sua fede di repubblicano federalista invisa soprattutto a Mazzini.
La prima volta incontriamo Cernuschi a Milano, sulle barricate dove non rinuncia alla sua proverbiale eleganza e combatte in frac. Così lo descrive lo storico: «Passava di barricata in barricata inguantato, in scarpine di coppale, abito nero, panciotto bianco e una gran fascia tricolore per traverso». Fuggiti il 22 marzo gli austriaci del generale Radetzky, Cernuschi, che faceva parte del comitato provvisorio, si dimetterà dopo pochi giorni perché la breve libertà lombarda favorirà il riaccendersi del contrasto fra monarchici e repubblicani. Dopo essersi schierato nel ’49 a favore della Repubblica romana contro i francesi accorsi per ripristinare il dominio pontificio, dovrà scontare un anno di prigione e, liberato, dovrà rifugiarsi a Parigi dove, abbandonata la politica, diventerà un importante e ricchissimo uomo d’affari dall’abilità riconosciuta a livello internazionale. La sua teoria del bi-metallismo - unire l’argento all’oro come moneta base di scambio - verrà a lungo dibattuta in Europa e in America e, nelle complesse trattative finanziarie fra Stato e Stato, Cernuschi, quale rappresentante della Francia, si troverà sempre ad essere protagonista.
Esperto d’arte e amante dei viaggi, dedicherà quasi due anni a un giro intorno al mondo con intenti culturali e artistici, oltre che avventurosi. Partito da Liverpool arriverà a New York e dopo aver attraversato gli Stati Uniti con la ferrovia Transpacifica si imbarcherà a San Francisco per il Giappone. Sosterà a lungo in Cina, in India, nell’isola di Giava e attraverserà la Mongolia con l’unico mezzo di trasporto disponibile: un carro trascinato da buoi. «Qui gli uomini - dirà poi - hanno finalmente inventato un mezzo di trasporto più lento della nostra camminata». Da quel viaggio riporterà le preziose opere che regalerà generosamente a Parigi.
Accusato dagli avversari politici, fra i quali Mazzini, di non aver più a cuore le sorti dell’Italia e di averla in un certo senso tradita, l’ormai anziano Cernuschi, che per i suoi meriti aveva ottenuto la cittadinanza francese, si farà costruire una villa a Mentone sulla cima di una collina dove, guarda caso, il panorama si apre verso l’Italia.