L’avvocato che «balla» il tango

Angelo Castelli ha vinto finora tutte le cause sulle obbligazioni argentine

A Montecitorio piace in modo trasversale, visto che è citato sia da An sia dai Ds negli atti parlamentari sulla riforma del risparmio. Piace invece molto meno alle banche che hanno avuto la sventura di incrociarlo nelle aule dei tribunali, dove difende i risparmiatori rimasti coinvolti nei peggiori crac finanziari dell’ultimo decennio. Eloquio fluente, poco avvezzo alla falsa modestia («Sono l’uomo giusto al posto giusto: per vincere, occorre un alto profilo professionale. L’improvvisazione non è consentita»), Angelo Castelli è un battagliero avvocato con quartier generale a Formia, massimo esperto della materia e assistente di Diritto finanziario presso l’Università di Cassino. È l’avvocato delle cause vinte. Un secco 10 a zero, a suo favore e dei suoi assistiti. Castelli conta di vincere anche le altre consistenti cause che gli sono state finora affidate, con richieste di risarcimento che oscillano dalle poche migliaia di euro fino ai 20 milioni di euro reclamati da un industriale tessile lombardo travolto dal ballo disperato dei Tango-bond. Ma avverte: i tempi stringono, e chi si attarda rischia di non poter più far valere i propri interessi davanti a un tribunale.
Avvocato, perché tutta questa fretta?
«Perché queste cause sono soggette a prescrizione cinque anni dopo la data del default. Nel caso dei Bond argentini, la “dead line” è fissata al 21 dicembre 2006, ma se si considera che le notifiche alle banche vanno effettuate a mezzo posta, è evidente che non è rimasto molto tempo. Ripeto: conta quando si è verificata l’insolvenza, non quando si è acquistato il titolo».
Sotto questo profilo la strada che intende percorrere la Task force Argentina è rischiosa?
«Sì, ma non solo per questo. La via della causa internazionale è lunga, con scarse probabilità di successo e senza la possibilità, in caso di vittoria, di escutere i beni argentini. Non solo. Chi aderisce, si priva della possibilità di rivalersi contro le banche».
Motivo?
«Per poter avviare una causa contro uno Stato sovrano, la Task force deve convogliare tutti i titoli in una società fiduciaria, che per statuto non può agire contro le banche».
Quali sono i requisiti fondamentali per intentare una causa?
«Il primo: mancata informativa sul rischio. L’art. 28, 29 e seguenti del regolamento Consob recita che l’informativa deve essere chiara, definita e comprensibile. Le obbligazioni hanno natura diversa rispetto alle azioni: dunque, va indicato non solo che l’operazione è a rischio di oscillazione del mercato, ma anche che è a rischio di mancato rimborso del capitale».
Una recente sentenza del Tribunale di Milano ha però dato un’interpretazione diversa, sostenendo che l’elemento di rischio era già insito nell’alto livello dei rendimenti...
«Mi pare una forzatura del diritto. Il giudice di Milano omette di applicare le norme dei nostri regolamenti».
Qual è la seconda condizione fondamentale?
«Il conflitto di interessi. Si verifica se la banca ha agito da operatore, vendendo i titoli che già deteneva in portafoglio a prezzo maggiore rispetto a quello di acquisto».
Se sono presenti queste due condizioni, quali sono i tempi della causa e quali margini di successo?
«Con il nuovo diritto societario, che tiene conto delle prove documentali, entro un anno si arriva alla sentenza. Ottime le probabilità di vittoria. Il Tribunale di Roma ha finora riconosciuto ai risparmiatori non solo il capitale investito ma anche gli interessi legali sul capitale rivalutato, che oscillano tra l’8 e il 9%. Inoltre, queste sentenze non sono mai state impugnate in Cassazione. E le banche, grazie alla riforma che impedisce azioni dilatorie, sono state costrette a pagare. Subito».