L’avvocato delle cause ETERNE

«Un uomo di mezza età, romano, è deceduto dopo che la Cassazione lo aveva assolto con formula piena perché estraneo ai fatti. Il suo cuore aspettava la sentenza da vent’anni, ma quando l’ha avuta non ha retto».
Non si tratta di un apologo sulla lentocrazia che affligge la giustizia, ma di un dramma vero, relegato dai giornali nei trafiletti di cronaca. Eppure dietro queste poche righe c’è tutto un mondo di attesa per una sentenza che non arriva mai. Come nel caso di una causa a Messina che - dopo 50 anni - è ancora lì a rimbalzare da una scrivania all’altra: si tratta di un fascicolo su un’eredità contesa che venne aperto nel 1955 e che, di rinvio in rinvio, ha visto letteralmente morire di vecchiaia tutti gli attori che l’avevano promossa, compresi giudici e avvocati che avrebbero dovuto dirimerla; del resto, mezzo secolo (nonostante l’età media dell’uomo si sia alzata sensibilmente) è pur sempre mezzo secolo...
Vero è che Messina con le sue 202 cause arretrate ogni mille abitanti guida incontrastata la classifica dei processi-Matusalemme: basti pensare che nel capoluogo siciliano un processo civile dura mediamente 1.307 giorni. Ma in questo campo cifre e statistiche lasciano il tempo che trovano: a giudicare infatti dall’ultima tabella «crono-giudiziaria» ufficializzata dagli uffici tecnici del guardasigilli, a Milano le cause civili si concluderebbero con ritmi decisamente più solleciti, con attese non superiori ai 356 giorni. Ma basta parlare con qualche principe del foro di rito ambrosiano per capire come la realtà sia ben lontana dalle proiezioni cartacee: anche all’ombra della Madonnina gli avvocati pratici di cause eterne esistono, eccome. Qualche maligno dice che, a volte, sono gli stessi difensori ad avere interesse a «tirarla per le lunghe». Motivo? Venali ragioni di parcella.
L’avvocato Rosario Alberghina - autorevole decano delle aule giudiziarie - è abituato invece a risolvere felicemente le sue cause nel più breve tempo possibile: «Personalmente condivido ciò che ripeteva il grande Indro Montanelli: "Una sentenza che arriva dopo anni di attesa rappresenta sempre un caso di giustizia negata"». L’avvocato Alberghina parla a ragion veduta, anche perché di recente gli è capitato un caso emblematico.
È la storia di un piccolo imprenditore di Gorgonzola che «conveniva in giudizio» un suo concittadino per ottenere il pagamento della somma di 14 milioni a copertura del prezzo necessario per la ristrutturazione di un appartamento. Occhio al calendario. La prima udienza venne fissata per il giorno 14 giugno 1990. Qualche udienza e tutto si chiarirà, pensava fiducioso l’imprenditore brianzolo. Pura illusione. Dal 14 giugno ’90 al 17 dicembre ’97 furono celebrate una decina di udienze; in particolare dal 12 luglio ’91 al 23 maggio ’96 si tennero sei udienze: una all'anno. Il giudice istruttore a cui era stata affidata la controversia dispose rinvii di anno in anno e nel 1997 - in forza della legge 276/97 che aveva istituito le sezioni stralcio (i cui componenti, tutti giudici onorari, avrebbero dovuto smaltire l'arretrato) - la causa rimase in fase di stallo per quasi cinque anni. La vertenza, quindi, passò in decisione il 16 dicembre 2003. A questo punto il Goa (giudice onorario aggregato) respinse la domanda sia principale che riconvenzionale, compensando integralmente le spese. Insomma, una sentenza pilatesca. A seguito di impugnazione, il giudizio venne assegnato alla Corte d'appello di Milano che nel giro di tre anni e cioè il 6 giugno 2007, dopo 17 anni dall'inizio della lite, ha trattenuto la causa in decisione. L'esito, probabilmente si conoscerà tra qualche mese. Forse. Naturalmente però, nel caso in cui la sentenza sia positiva, il piccolo imprenditore che nel frattempo ha cessato l'attività, riceverà il pagamento del suo credito con un somma di denaro notevolmente svalutata e priva, quindi, di potere di acquisto pari a quello del 1990.
Un caso limite? Tutt’altro. Dalla rassegna stampa dei giudizi-lumaca riaffiorano casi all’apparenza clamorosi, ma ormai diventati tragicamente «normali»: «Roma, la condanna arriva dopo 27 anni»; «Mille giorni per una sentenza, giudici puniti dal Csm»; «Causa civile si protrae per 11 anni, lo Stato italiano condannato dalla Corte europea»; «Ventiquattro anni per una sentenza»; «La sentenza arriva 26 anni dopo l’incidente»; «Ventotto anni: è il tempo trascorso fra l’inizio di un procedimento e la sua fine».
Anche per questa ragione, quattro anni fa, è nata l’Associazione utenti giustizia che raccoglie (con risultati concreti, purtroppo, pari a zero) le proteste dei cittadini che in tribunale hanno fatto ormai le ragnatele. Inoltre il forum online si pone «come punto di riferimento concreto per coloro che hanno subìto o stanno subendo danni morali e materiali prodotti dalla lentezza della giustizia». A tutt’oggi i cittadini possono ribellarsi ai ritardi della giustizia presentando ricorso alla Corte europea di giustizia.
Inoltre la legge italiana (la numero 89 del 2001) ha stabilito il principio secondo cui ogni persona, che abbia subito un danno per effetto del protrarsi di un procedimento oltre un tempo ragionevole, ha il diritto di ottenere un’equa soddisfazione, attraverso il ricorso alle Corti d’appello competenti o in ultima istanza alla Cassazione.
«I casi segnalati sono centinaia - spiegano gli avvocati dell’Associazione utenti giustizia -. In pole position ci sono le liti condominiale, una tipologia di contenzioso che può trascinarsi per decenni. Molto dipende anche dal "grado di laboriosità" dei singoli magistrati. E che i giudici lombardi siano particolarmente veloci, è tutto da dimostrare... ». Come dimostra l’odissea di un imprenditore milanese condannato per bancarotta fraudolenta: «Dopo due condanne, l’uomo si è visto costretto a vendere tutte le due aziende che possedeva. Dopo 18 anni è stato assolto in Cassazione con formula piena». Chi lo risarcirà ora per il danno subito? Nessuna meraviglia, dunque, se i dati della Corte europea piazzano il nostro Paese in testa alla classifica delle nazioni che violano la convenzione europea sui diritti umani con 683 infrazioni. Di queste violazioni ben 359 sono in relazione alla lunghezza dei procedimenti giudiziari; con 169 violazioni la Turchia è meglio - ma molto meglio - dell’Italia: la cosiddetta «Patria del diritto».